
di Alberto Bortolotti
A chi conosce Bologna superficialmente o non la conosce affatto, la città sviluppata sotto i tiranti che oggi reggono la pencolante Garisenda può apparire come una specie di Napoli dell’800. Là, tutti suonavano il mandolino (iconografia: la realtà non era questa), qui tutti fanno i cantautori. Anche coloro i quali hanno sempre e dichiaratamente preferito il basket o i motori, che hanno detestato il pallone e i suoi eccessi, che quando rotolavano teste di allenatori in serie schifiltavano il calcio e lo perculavano pubblicamente (miracolo: ora sul carro compare la scritta sold out), oggi salgono in pellegrinaggio sportivo a San Luca. Qualcuno c’è sempre stato: ricordo, a una presentazione di un libro del sottoscritto (tra gli autori), Cesare Cremonini, non ancora Poetico, dire che la sua generazione aveva solo avuto Roby Baggio come icona. Notazione ineccepibile: ottavi, in rimonta, in quel campionato, lontano dagli exploit Mottiani e Italiani, quando Ulivieri uscì dalle sue panie ideologiche e poi il Divin Codino, riguadagnato l’azzurro, consegnato a un malinconico, ma molto più lucroso, Sunset Boulevard nerazzurro: un rossoblu di passaggio, un anno di vacanza dalle grandi, di più proprio non si poteva. E nello stesso libro un testo struggente di Lucio, consegnatomi a mano dal Comm. Domenico Sputo (targhetta sul campanello di Casa Dalla) come fosse una reliquia di un beato in un santuario. Parlava di Pascutti con amore vero, e non sono stupidamente ironico, Ezio era un friulano tagliato con l’accetta, la vita non gli aveva riservato solo gloria. Te vojo bene assaje, era la sintesi di quel testo, quasi una replica di Caruso. A me sembra di non avere mai letto una cosa così bella, davvero.

Ecco, Bologna è fatta anche di gente che dorme sotto un portico perché è senza casa. L’esplodere del mangimificio in centro lo stesso di Roma, Firenze – corrisponde con la precarietà di tanti posti di lavoro. Non siamo tutti cantautori, non siamo tutti calciatori, non siamo (anzi: non sono) tutti tifosi del Bologna, qualcuno ha percepito la moda, è poi inevitabile. Ma sono tanti, e anche in buone condizioni economiche – mediamente -. Mal contati, almeno 4/5000 € a testa per i partecipanti ai “luxury road matches”. Liverpool, Birmingham, doppia Lisbona, Roma. Chi le ha fatte tutte, queste trasferte della rinascita, ha destinato un millino di euro al mese al tifo calcistico: come consumatori ce ne sono di più micragnosi. E poi le maglie, le sciarpe, i gadget, il cellulare con cui vedere le foto degli altri e postare le altre, in un vortice continuo. Privo di senso? Delle volte viene un po da pensarlo.
Ritmi da grande, proporzioni ben superiori alle capitali, 30.000 milanisti a Roma sono 1/5 dei felsinei, se parametrati alla popolazione. Ecco, un vezzo del petroniano è sentirsi perseguitato dal Palazzo, dal Potere, da Arbitri e Varisti, linotipisti e baristi, avrebbe chiosato il solito Dalla in rima. Basterebbe riflettere sul fatto che lo strumento per fermarti all’Olimpico c’era, rosso severo, certo a Ferguson e Milan in superiorità numerica per un minutaggio rilevante. Invece nel Circo dei club importanti siamo rientrati, lo scozzese è restato in campo e recitare sempre la parte di Calimero è diventato un filo grottesco. Soprattutto, irreale. Ma l’autocommiserazione è sempre un sentimento praticatissimo, mica solo a Bologna. Saputo uno che i primi anni sembrava, giustamente, smarrito di fronte ai balbettii dei propri giocatori, occhi fissi durante le gare sul telefonino per difendersi dalla mediocrità è oggi finalmente raggiante. Agli amici confida che sì, un obiettivo esisterebbe, e si chiama scudetto. Quest’anno il bilancio gli genera, alleluja, un utile. Del tutto meritato, ha perseverato e si toglie impagabili soddisfazioni. E tutto il gruppo apicale dei dirigenti, non solo Sartori, ha lavorato con ottimo profitto. Nessuna ingerenza sul piano tecnico. Puntuale corresponsione degli emolumenti. Strutture professionali. Rapporti con le istituzioni cuciti con maestria dal Parolin di Casteldebole, Claudio Fenucci. Prima che sul campo, la Coppa ItaliaNO (beh, affrontare gli ampollosi saloni quirinalizi con quella sicurezza da film western e la solidità di ragionamenti davvero patriottici è valso mille punti della Hit Parade del coach siculo/germanico) è stata vinta nel tifo. Organizzati e devoti alla storia gli emiliani; sparsi e abbastanza slegati i lombardi, un clone del club. Insomma, Roma nun ha fatto ‘a stupida mercoledì sera. Diceva il coro nella Tosca cinematografica, a rimbeccare l’irruento Cavaradossi (un Proietti memorabile), io c’ho pazienza, aspetto. È andata proprio così.







