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Il mondo è bello perché è vario e il calcio ne è il fedele specchio

Il mondo è bello perché è vario e il calcio ne è il fedele specchio

Foto – sito web Comune di Parma

di Alberto Bortolotti

Al Festival della Serie A a Parma non potevano presentarsi, sul prestigioso palcoscenico del Regio, personaggi più differenti dell’86enne Paolo Casarin, già dirigente ENI, arbitro di primissimo livello e designatore, e Miriam Suwarso, 40enne Presidente del Como, un vulcano di idee al servizio della proprietà più danarosa e innovativa del panorama calcistico europeo. Prima di cena, Roberto Mancini, età di mezzo, il più spettacolare e decisivo giocatore di calcio italiano che il sottoscritto abbia visto in vita sua (c’ero, al primo provino in rossoblù, al Campo Virtus di Via Valeriani. Questo per dire che lo conosco da un pezzo). Sì, per quello che può contare, più di Roby Baggio, ma ste graduatorie lasciano poi il tempo che trovano.

Casarin è partito dal rifugiarsi nei fossi in Veneto, vicino a casa, mentre l’aerovolante “Pippo” bombardava impietosamente ordigni “democratici” contro il nazifascismo, dove nemmeno un pallone poteva lenire la paura: nell’Italia povera di una guerra assurda, se mai ce n’è stata una, palloni non ne venivano prodotti. E poi, gironzolando tra racconti di vita vissuta nei territori dove la gente non mangiava (tipo il confine Europa Occidentale/Patto di Varsavia) e la “giacchetta nera” dispensava gesti di solidarietà. A un certo punto della sua narrazione si avvicina a una recente analisi di Luca Percassi, il quale ha notato la curiosa contrapposizione tra nazioni civilissime, in primis l’Italia, che hanno stadi “cessi” (il termine è tutto suo) e nazioni sotto la soglia della decenza in possesso di impianti modernissimi e recentissimi. Caso di scuola il Burkina Faso, Africa profonda, arena da 70.000 e richieste pressante e accorata all’Italia – Casarin era lì per la FIGC – di dare una mano per crescere.  

Sulle polemiche arbitrali non ha profferito verbo e non ha mai pronunciato la parola VAR. Ha preferito ricordare che Pelè lo bacchettava perché le rimesse laterali andrebbero fatte con i piedi, ma lui partiva da una posizione di vantaggio. E ha fatto l’esempio di Zico, che dribblava, veniva atterrato e doveva pure aspettare che la barriera venisse messa in piedi. E’ un calcio che penalizza troppo il talento. Che c’è anche negli arbitri? Sicuro. E per Casarin i migliori, anche di lui, sono stati Collina – bello il suo saluto video da Miami – e Agnolin.

Suwarso – accompagnato dal dg Carlalberto Ludi – è stato un lampo di novità, tecnologia e visione in un mondo sì, con la porta socchiusa al futuro, ma ancora molto legato al bianco e nero.

“Sì, confermo, non solo che abbiamo preso il Como per fare un film, ma soprattutto che per tre anni ho “nascosto” alla mia proprietà l’acquisto del club. Quando se ne sono accorti, si sono tremendamente incazzati. Adesso però sono contenti”.

“Il compito che ci siamo dati sul piano tecnico calcistico è quello di oggettivare i dati del singolo giocatore, non affidandoci solo a un giudizio soggettivo:  sbagliare è normale e ti fa crescere, ma non bisogna porsi limiti. Ci interessa molto anche il profilo personale del ragazzo, per esempio quanto si mostra sui social e come lo fa. Stiamo creando un network di 16 club in Europa e Asia per mettere in comune una rete di servizi (in Italia gli “indiziati” sono Bologna, Milan e Pisa). Lo presenteremo a breve. Ed entro due anni contiamo di portare il bilancio in attivo. Tra i nostri modelli c’è la Disney, hanno un profilo di business molto interessante”.

“Vogliamo specificare che Nico Paz è di proprietà del Como, e che i Blancos posseggono un diritto di recompra limitato ai primi due mercati. Seconda cosa, su Fabregas, lui ci informò dell’interessamento dell’Inter ma ci disse anche subito che preferiva restare con noi. Avrà un accesso già contrattualizzato ad acquisire un pezzo del nostro pacchetto azionario se vorrà e quando non lavorerà più per noi”.

Mancini, per chiudere è il passato, il presente e il futuro. Con la nettezza con cui ha dichiarato esaurita la sua esperienza araba appare ancora più chiaro il suo obiettivo. E in fondo basta aspettare 15 giorni per scoprire se è vero.

Delle tante cose che ha raccontato (un elogio va anche ai colleghi intervistatori: Porrà per il Mancio, Foroni per i comaschi e Lollobrigida per Casarin, tre televisivi con ritmi, volendo, anche da teatro) mi ha colpito il fatto che lui è sicuro che il famoso gol del secolo di Maradona contro gli inglesi lui lo aveva certamente già provato ed eseguito in allenamento. “Io la mia segnatura di tacco al volo al Tardini l’avevo già messa in carniere in almeno tre allenamenti”.

Quindi il genio si allena.

Si fa per dire.

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