Milano – Dribbling fulminanti, assist pennellati, gol da manuale. Chi l’ha visto giocare ha impresse nella memoria le magie di Evaristo Beccalossi, fantasista bresciano di genialità brasiliane e di cuore nerazurro. Un artista del pallone che da oggi non c’è più, portato via a 69 anni dalle dolorose conseguenze di un’emorragia cerebrale che lo aveva colpito nel gennaio 2025. Nato a Gambara (Brescia) il 12 maggio 1956, Beccalossi è morto nella notte nell’Ospedale Poliambulanza bresciano. Se n’è andato a pochi giorni dal trionfo in campionato della sua Inter, una gioia che come sempre avrebbe voluto vivere appieno.
Con lui scompare un idolo del tifo interista e una perla del calcio italiano degli anni ’70-80. “Uno di quelli che oggi da noi non se ne trovano più”, come ripetono tra rammarico e nostalgia molti commentatori.
Il suo talento naturale e il suo magico piede sinistro impressionarono subito gli osservatori delle giovanili del Brescia, e da lì Beccalossi spiccò il volo che lo portò all’Inter nella seconda metà degli anni ’70. Divenne presto una bandiera nerazzurra, un oggetto di amore sconfinato per i tifosi di una squadra che contava diversi campioni (uno per tutti, il suo partner “Spillo” Altobelli). Fantasia, imprevedibilità e classe da genio, ma – quasi obbligatoriamente – anche sregolatezza e indolenza, facevano di lui un classico numero 10, e un perfetto erede del fuoriclasse nerazzurro di un’altra generazione, Mariolino Corso.
Alternava momenti o intere partite di sonno ad altri di pura arte calcistica in cui le sue prodezze facevano esplodere San Siro in lunghi cori di “Evaristo! Evaristo!”, nome che da solo evocava immaginari campioni brasiliani.
Indossò la maglia dell’Inter dal 1978 al 1984, collezionando 216 presenze e segnando 30 reti. In nerazzurro vinse lo scudetto del 1979-80 (con Bersellini i panchina) e 2 Coppe Italia (1981-1982). Dopo l’Inter vestì anche le maglie di Sampdoria, Monza, Brescia, prima di chiudere la carriera professionistica nel 1987 con il Barletta in serie B. Giocò ancora fra i dilettanti, col Pordenone e poi col Breno, prima di chiudere definitivamente col calcio giocato all’inizio degli anni ’90.

In Nazionale, Evaristo ebbe la strada chiusa da diversi fattori, compreso il carattere fumantino e quella sua ripetuta discontinuità, poco compatibili col rigore di un tecnico come Bearzot. Di campioni italiani ce n’erano davvero tanti all’epoca, e a Beccalossi non toccò di essere tra quelli che sarebbero passati alla storia col trionfo al Mundial di Spagna ’82. Non vesti mai la maglia azzurra della Nazionale maggiore: giocò solo 3 partite con la e 4 con la Nazionale Olimpica.
La sua vita dopo il calcio è stata ricca di presenze come commentatore e opinionista televisivo, vivace polemista, autobiografo (con “La mia vita da numero 10) e anche testimonial pubblicitario, spesso all’insegna della battuta “Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto”. Battuta famosa di origine incerta: attribuita a Beppe Viola, ma forse lanciata la prima volta dallo stesso Evaristo al portiere Albertosi, superato da uno dei suoi preziosi gol. Il suo “mito” ha anche acceso la fantasia di scrittori, cantauori e umoristi: celebre il monologo del comico milanese ultra-interista Paolo Rossi, dedicato agli incredibili due rigori sbagliati in pochi minuti da Evaristo nella partita di Coppa della Coppe Inter-Slovan Bratislava del 15 settembre 1982.
(S.G.)







