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ADDIO A MABEL, ICONA DEL BASKET ITALIANO

ADDIO A MABEL, ICONA DEL BASKET ITALIANO

Mabel Bocchi era nata e cresciuta cestisticamente ad Avellino. Nella foto è la terza da sinistra in ginocchio. Sono i campionati studenteschi di atletica e la scuola è il liceo magistrale di Avellino. Anno 1968.

di Gabriele Tacchini – Vicepresidente Ussi

Si spegne un’altra delle stelle che hanno illuminato il firmamento dello sport italiano. E’ morta Mabel. Sì, semplicemente Mabel. Bastava il nome: Liliana Mabel Gracielita Bocchi era per i documenti; per lo sport italiano, non solo per il mondo del basket, era semplicemente Mabel. Mabel Bocchi, un’icona: per quel che ha espresso in campo e poi fuori, a carriera conclusa. Per come sapeva stare sul parquet e per una innata leadership viene considerata la più grande giocatrice italiana di tutti i tempi. I raffronti – considerate le epoche diverse – sono sempre difficili e pericolosi, certo è che lei ha lasciato un’impronta indelebile, come dimostra quel titolo di MVP ai campionati del mondo del 1975 in Colombia, a soli 22 anni. Nata a Parma nel 1953 da papà italiano e mamma argentina (da qui il nome), il suo talento, sbocciato quando era poco più che quindicenne con la maglia di Avellino, l’avrebbe fatta primeggiare per un decennio con quel Geas Sesto San Giovanni, con cui ha confezionato una striscia di successi impressionante: otto scudetti fra il 1970 e il 1978 e una Coppa dei Campioni, proprio nel ’78, la prima grande vittoria europea del basket femminile italiano. Con la Nazionale, ha avuto una sola, vera gioia di squadra: la medaglia di bronzo ai campionati europei del 1974. Ma a livello individuale i riconoscimenti alla sua classe non le sono mancati e nel 2007 è stata la prima giocatrice ad essere inserita nell’Italia Basket Hall of Fame. Dotata di una forte personalità (“difficile da domare” ha ricordato il presidente della Fip, Gianni Petrucci, nel renderle omaggio), l’ha espressa in campo e fuori. E’ stata fra le prime sindacaliste quando ancora non esisteva un vero e proprio sindacato. Lottava per i pari diritti delle donne nello sport e quanto fosse difficile, all’epoca, lo si può capire se si riavvolge il nastro di quasi cinquant’anni e l’accidentato percorso fatto in questo tempo.Lasciato il parquet ha intrapreso la carriera giornalistica: il grande pubblico l’ha conosciuta alla Domenica Sportiva, ha collaborato con Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport e con altre testate, ha fatto un’incursione in politica, un’altra nel cinema. Ma lo sport e ovviamente il basket, in particolare, restavano il suo vero mondo. Lo amava così come amava gli animali, i sigari, il bridge (specialità di cui il fratello Norberto è campione), l’avventura in genere.Ha avuto una vita a volte complicata malgrado l’innegabile successo. Nè il suo carattere gliela rendeva facile. Ecco, il carattere: mutevole. Un po’ come i suoi amori, un po’ come le sue acconciature, specchio – per sua stessa ammissione – di come si sentiva in quel momento. Negli ultimi tempi aveva scelto di vivere in Calabria, vicino alla sorella Ambra: San Nicola Arcella era diventato il suo ritiro. Lì ha combattuto contro il male che l’aveva aggredita e che si è rivelato avversario troppo difficile da superare anche per una che non si era mai tirata indietro in qualsiasi battaglia.

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