
di Tonino Raffa (Già inviato di “Tutto il calcio minuto per minuto”)
Domenica prossima al Metlife stadium del New Jersey verrà disputata la finale di questo mondiale di calcio, con l’Italia spettatrice per la terza volta consecutiva. Corsi e ricorsi storici non piacevano solo al filosofo e giurista napoletano Giambattista Vico. Esattamente il diciannove luglio di sessant’anni fa, infatti, all’Ayresome Park di Middlesbrough si consumò il tracollo più vergognoso della storia della nazionale azzurra, sconfitta agli ottavi di finale dai dilettanti della Corea del Nord. Con una tempistica degna del miglior cronometro svizzero, il collega di Tuttosport Giovanni Tosco ripercorre, con straordinaria dovizia di particolari, quella triste pagina dell’Italia di Edmondo Fabbri nel suo ultimo libro “Chiedi chi era Pak Doo Ik”, appena uscito per il catalogo della Minerva di Bologna, casa editrice che ha lo sport nel suo Dna imprenditoriale. Un titolo che, parafrasando la celebre canzone degli “Stadio” del 1986 “Chiedi chi erano i Beatles” (testo di Gaetano Curreri e del poeta Roberto Roversi), è, se vogliamo, una metafora del tempo che passa e dei fantasmi che riappaiono, senza che nessuno riesca a scacciarli. Richiamato in qualche modo dai fallimenti del nostro sistema calcio, il fantasma di Pak Doo Ik ci perseguita ancora oggi. Quel suo gol al quarantaduesimo del primo tempo, è sempre come una lama che trafigge il cuore. Cosa accadde prima e dopo quella maledetta partita? Come maturò quella sconfitta che nessuno ha mai dimenticato? Nelle centoventuno pagine dell’opera l’autore ricostruisce misteri e retroscena con uno stile scorrevole e avvincente, senza fare sconti a nessuno. In quella edizione della rassegna iridata l’italia dopo aver battuto il Cile all’esordio (Due a zero con reti di Mazzola e Barison) in una partita senza molti bagliori, affrontò tre giorni dopo l’Unione Sovietica. Arrivò una sconfitta meritata (uno a zero, rete di Cislenko) a conclusione di un match deludente che Fabbri affrontò mandando in campo uno schieramento inedito, mai visto nei quattro anni della sua gestione. Escluse infatti Perani, De Sisti, Rivera e Barison e, convinto di dare maggiore sostanza al centrocampo scelse Meroni, Leoncini e Pascutti. Bulgarelli sofferente a un ginocchio venne schierato lo stesso. Flop totale sul piano del gioco e della tenuta fisica. Il successo diede ai sovietici la certezza della qualificazione al turno successivo perchè intanto, nell’altro match del girone, il Cile e la Corea del Nord avevano pareggiato per uno a uno. Fabbri di fronte a una prestazione così arrendevole non nascose la sua delusione. Agli imprevisti si aggiunse l’infortunio di Burgnich, vittima di una distorsione al ginocchio sinistro. Le tensioni e le difficoltà all’interno dello spogliaoio azzurro non avevano tuttavia scalfito la fiducia nella possibilità di accedere ai quarti : bastava battere la Corea del nord a Middlesbrough : impossibile pensare di essere eliminati da una squadra di semi-sconosciuti che, il vice di Fabbri, Ferruccio Valcareggi, aveva definito come un plotone di “Ridolini”. Le cose, purtroppo, andarono diversamente. In dubbio fino all’ultimo, per evidenti problemi fisici, Bulgarelli giocò dopo aver ottenuto il placet dello staff medico, ma, a metà del primo tempo, fu costretto a uscire. All’epoca le sostituzioni non erano previste in un mondiale e l’Italia rimase in dieci. E da quel momento cominciò la nostra via crucis. Ansia crescente e al quarantaduesimo Pak Doo-Ik portò in vantaggio i coreani, battendo Albertosi. Vani e inconcludenti, nella ripresa, gli attacchi degli azzurri. Italia eliminata, crollano tutte le sicurezze della vigilia e cominciano i processi. La parola più ricorrente è “Vergogna”. “Subire una Corea” diventa l’espressione più ricorrente, nel linguaggio comune, come sinonimo della più umiliante disfatta. Mondino Fabbri è sgomento, il viso pallido, incredulo mentre esce dal terreno di gioco. Sa di essere sul banco degli accusati, alza lo sguardo verso la tribuna stampa e immagina quello che staranno scrivendo i tanti inviati al seguito. Mentre la formazione asiatica festeggia il passaggio ai quarti, sul pullman che riporta gli azzurri nel ritiro di Durham aleggia un silenzio tombale. Il CT guarda in faccia i giocatori, senza pronunciare parola. Da alcuni si sente tradito. Ma nemmeno per un attimo pensa che a quella sciagurata partita ha assistito dalla tribuna, un giovane Gigi Riva che, se utilizzato, forse avrebbe potuto cambiare il corso della storia. All’incontro con la stampa del giorno dopo, al media center di Sunderland, Fabbri si presenta stravolto dopo una notte insonne. Accanto a lui il presidente della Federcalcio Giuseppe Pasquale e il suo vice Artemio Franchi. Il tecnico ammetterà ogni colpa, lascerà intendere l’intenzione di dimettersi, ma chiederà rispetto. Non l’avrà. Parte il linciaggio mediatico, lo stesso Franchi, a margine della conferenza, attaccherà apertamente CT e giocatori. Cercherà di stemperare il clima, con un messaggio elegante, il capo dello Stato Giuseppe Saragat. Servirà a poco. Partono a raffica interrogazioni parlamentari rivolte al presidente del consiglio Aldo Moro. In tanti fanno a gara per guadagnarsi spazio sui giornali. Facile prevedere una durissima contestazione al rientro in Italia, che avviene la notte del 24 luglio a bordo di un Caravel 313 dell’Alitalia che atterra all’aeroporto di Genova. Ad attendere la nostra delegazione almeno cinquecento persone. Volano insulti, imprecazioni, monetine e pomodori contro il corteo delle auto degli atleti, dei tecnici e dei dirigenti. Gli uomini della scorta suggeriscono a Fabbri, che ha preso posto a bordo di una Fiat 1500 guidata da un parente, di accucciarsi sotto il cruscotto. Quando il corteo rallenta alcuni esagitati si avventano contro la vettura, colpiscono i vetri e il cofano, poi vengono bloccati dalle forze dell’ordine.
Il giorno dopo quel giorno, il clima rimane uguale. La federazione fa sapere che attende entro due settimane la relazione del Commissario tecnico prima di assumere decisioni. Fabbri non accetta di passare per l’unico responsabile e passa al contrattacco. Pensa che dietro il fallimento ci sia stato un complotto per farlo fuori, ordito da Pasquale e Franchi, d’intesa con il medico degli azzurri, il dottor Fino Fini. Lascia lo stabilimento balneare di Cervia dove aveva pensato di trascorrere un breve periodo per rigenerarsi (e dove aveva ricevuto anche minacce di morte e si sentiva guardato come un criminale) e, in cerca di un briciolo di quiete, accompagnato dal figlio Roberto, si rifugia a Camaldoli, sull’appennino tosco-emiliano. Qui riflette alcuni giorni, poi, di fronte al persistere della campagna di denigrazione, pensa che il limite sia stato superato e decide di passare al contrattacco. E che fa? Parte per un suo personale giro d’Italia. Raccoglie le dichiarazioni di diversi giocatori disposti ad appoggiare la tesi della macchinazione : Bulgarelli, Facchetti, Fogli, Janich, Lodetti, Mazzola, Pascutti, Rivera, Rosato. Tutti affermeranno che sia nella preparazione al centro tecnico di Coverciano, sia nel ritiro di Durham, furono convinti ad assumere compresse di tranquillanti e a sottoporsi a giornaliere iniezioni di un medicinale di color rosa che non avevano mai visto. Invece di apportare dei benefici sul piano fisico e mentale, le pillole e le punture (preparate dal massaggiatore Tresoldi) avevano provocato stanchezza, annebbiamento e timore di sbagliare in campo le giocate più elementari. Il caso esplode quando Fabbri commette un errore : pensando, ingenuamente, che tutto possa restare in linea riservata, passa quelle dichiarazioni al quotidiano sportivo “Stadio” che, ovviamente, non rinuncia allo scoop e pubblica per filo e per segno. L’effetto è deflagrante : tutti si affannano a fare retromarcia, mentre si scopre che Fabbri aveva cercato di incontrare anche Landini, Guarneri e Burgnich ma i tre avevano rifiutato. Un finimondo pazzesco. Reagiscono i dirigenti, il dottor Fini annuncia querela, mentre il massaggiatore Tresoldi mostra ai giornalisti le fialette incriminate : sono dosi di vitimine che hanno quel colore strano perchè contengono estratto di uovo. Fabbri è sempre più solo anche perchè i giocatori (ad eccezione di Bulgarelli e Fogli) affermano si essere stati convinti a firmare quelle dichiarazioni nella certezza che tutto sarebbe rimasto in ambito federale e non sono disposti a confermare pubblicamente le accuse. L’unico a prendere le difese di Fabbri è l’ex Ct Vittorio Pozzo, vincitore alla guida dell’Italia dei mondiali del 1934 e 1938. Pozzo commentando le gare degli azzurri sul quotidiano “La Stampa”, scrive che Fabbri avrà commesso qualche errore, ma anche altri hanno pesanti responsabilità e aggiunge : “Condannando solo Fabbri non si salva nulla. Si ammazzerà un uomo morto. Poi tutto continuerà come prima”. “Mondino” non demorde: In vista della relazione da consegnare al consiglio federale di settembre, ribadirà ancora le accuse contro Fini, affermando di aver lavorato nell’interesse comune e di aver ricevuto soltanto insulti e ingratitudine. Ai primi di settembre il consiglio federale, dopo un dibattito di otto ore decide l’apertura di una indagine, ma, contestualmente, delibera l’esonero del CT ritenendo pesanti le sue responsabilità e insoddisfacente la sua relazione. Per le accuse di congiura Fabbri viene squalificato fino al termine della stagione e la panchina azzurra passa a Valcareggi, affiancato da Herrera nel ruolo di supervisore. Parte la ricostruzione : due anni dopo, nel 1968, l’Italia vince il campionato europeo battendo a Roma, la Jugoslavia per due a zero e, nel mondiale del 1970, perderà la finale dello stadio Atzeca contro il Brasile, dopo aver trionfato per quattro a tre ai supplementari nella leggendaria semifinale contro la Germania Ovest (unico argomento di polemica, la staffetta tra Mazzola e Rivera).
Va avanti intanto l’indagine federale. Fabbri che. con molto fair play, ha inviato un telegramma di auguri a Valcareggi, consuma in privato la sua amarezza. Si arriva così a dicembre e, in vista del processo in federazione, Edmondo intuisce che non è il più il caso di insistere in un atteggiamento bellicoso e indirizza una lettera al presidente Giuseppe Pasquale, stemperando i toni, formulando gli auguri alla nazionale insieme con il desiderio che ” la serenità della squadra non venga più turbata da polemiche nocive e inopportune”. Una retromarcia in piena regola, che fa piacere al dottor Fini il quale ritira la querela. Al dibattimento, dopo un’ora e mezza di discussione, arriva la sentenza : giubilazione in tronco e inibizione fino al 30 giugno successivo per il commissario tecnico. L’avvocato difensore annuncia ricorso al CONI (per la parte economica) e al Consiglio di Stato. Non accadrà nulla di tutto questo. Verrà raggiunto un accordo con la FIGC in base al quale Fabbri percepirà la retribuzione fino al termine della squalifica. L’ultima forma di autodifesa, in una vicenda logorante soprattutto sotto l’aspetto psicologico. “Mondino” avverte la necessità di voltare pagina e di ripartire: Arriva come un balsamo sulle ferite la telefonata del presidente del Torino Orfeo Pianelli. Gli propone un incontro per parlare di futuro, partendo dal passato : lui ha ancora negli occhi le splendida squadra del Mantova che, guidata proprio da Fabbri, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, fece il salto dalla D alla serie A, meritandosi l’appellativo di “piccolo Brasile”. Si incontrano, parlano e Fabbri si dichiara convinto che il club ha i mezzi e le idee per puntare in alto. Parte così nell’estate del 1967 l’avventura sulla panchina granata che durerà fino al 1970 ed avrà un’appendice nella stagione 74-75. Il Torino piace, non vincerà scudetto ma getterà le basi per il tricolore dell’anno successivo. Fabbri conquisterà la Coppa Italia al primo tentativo, si ripeterà più avanti con il Bologna e dimostrerà che il “Piccolo Brasile” non era frutto del caso. Tuttavia l’ombra della Corea non spariirà mai del tutto. Nel cimitero di Castel Bolognese, nel cuore della via Emilia, accanto alla sua tomba appare e scompare a intermittenza un fantasma. Si chiama sempre Pak Doo Ik.
L’AUTORE
Giovanni Tosco, lavora dal 1989 a “Tuttosport”. Dal 1997 è uno dei responsabili del settore calcio e gestisce la pagina dell’editoria sportiva. Dal 1998 al 2008 è stato capo della redazione di Genova. Ha pubblicato diversi libri di calcio e motociclismo. Con Sandro Bocchio ha scritto la storia dei mondiali fino al 2014.
PAK DOO IK
Nato a Pyongyang il 17 dicembre del 1943, è l’ex centrocampista che firmò il gol con il quale la Corea del Nord eliminò l’Italia di Fabbri a Middlesbroug il 19 luglio del 1966. Per gli asiatici fu la prima volta di un accesso ai quarti di finale in una coppa del mondo. Era caporale dell’esercito Nordcoreano e fu promosso al grado di sergente. Dopo lasciò la divisa e il calcio, diventando istruttore di ginnastica e commissario tecnico della stessa Corea del Nord alle Olimpiadi di Montreal del 1976. Nell 2008, in occasione dei Giochi di Pechino + stato tedoforo durante il transito della fiaccola nel suo Paese. Nel 2002 fu realizzato un documentario “The Game of Their Lives” , diretto da Daniel Gordon e prodotto da Nicholas Bonner, sui superstiti di quella squadra che inflisse all’Italia la più mortificante sconfitta della storia. Si diffuse la voce che Pak Doo Ik fosse un dentista. Era solo una leggenda metropolitana. Quando ha chiuso l’attività agonistica ha fatto solo l’insegnante di educazione fisica.




