Il libro di Giuseppe Smorto ricorda figure ormai leggendarie del giornalismo sportivo

Di Tonino Raffa – Già inviato di “Tutto il calcio minuto per minuto”
Le sfide leali tra i grandi maestri, i confronti e i dialoghi con i loro allievi, le contrapposizioni tra le rispettive teorie, le baruffe e le rivalità, hanno animato la storia del giornalismo sportivo dal secondo novecento in poi. Hanno affascinato milioni di lettori, hanno fatto la fortuna di editori e direttori, hanno elevato il livello culturale del Paese. Sono anche entrate di diritto tra le esperienze più suggestive della professione, rappresentando per i giovani la strada migliore per un efficace apprendistato. E’ la conclusione alla quale si può giungere dopo aver sfogliato l’ultimo libro di Giuseppe Smorto, ex capo redattore allo sport e poi vicedirettore di “Repubblica”, dal titolo “I quattro Gianni”, uscito in coincidenza con i primi 50 anni del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’opera, pubblicata dalla casa Editrice Minerva, è un formidabile tributo alla nostalgia. E’ dedicata al ricordo, alla eredità e agl’insegnamenti lasciati da quattro firme straordinarie : Gianni Brera, Gianni Clerici, Gianni Minà, Gianni Mura. Con tutti e quattro l’autore ha avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco, di viaggiare, di tastare il leggendario livello di preparazione, di analizzare le sfaccettaure delle rispettive personalità, i gusti, le preferenze, i loro rapporti con i campioni e con i grandi della letteratura mondiale. Adesso Smorto ha deciso di prenderci per mano e di accompagnarci in un percorso a ritroso che abbraccia un arco di tempo di quasi quarant’anni. Il racconto, pieno di aneddoti e di curiosità. Parte da un paradosso : nell’annunciare la prima uscita, siamo nel gennaio del 1976, Scalfari disse allora che il giornale non si sarebbe occupato di sport. La coerenza è un valore, ma questo non significa che bisogna mettere un freno al progredire di una idea. Infatti si accorgerà qualche tempo dopo che era impossibile escludere dal panorama giornalistico un fenomeno che accomuna milioni di appassionati, genera valore economico di svariati miliardi, dà lavoro a quattrocentomila persone e contribuisce per l’1,38% al nostro prodotto interno lordo. Scalfari, che con lo sport aveva un rapporto distaccato, ascoltando la voce di Nando Martellini in occasione di una gara dei mondiali in Argentina (1978), rimane folgorato. Ne parla con il suo braccio destro Giovanni Rocca e con il suo staff. Da quel momento scocca la scintilla. Il giornale non ha l’edizione del lunedì (arriverà nel 1994), ma lo sport farà capolino a piccoli passi, fino ad occupare progressivamente un numero crescente di pagine. Tutti d’accordo su un punto : per vincere la sfida bisognerà puntare sulla qualità, sulla originalità dell’analisi tecnica e storico-sociale, sul carisma, sulla sintassi e sulla potenza narrativa delle migliori “penne”. Nasce così quella che nel giro di qualche anno diventerà la più forte “corazzata” dell’informazione sportiva : Brera, Clerici, Minà, Mura. Lo squadrone è completato da altri colleghi prestigiosi : In primis Mario Sconcerti, poi Emanuela Audisio, Oliviero Beha, Mario Fossati, Maurizio Crosetti, Licia Granello, Enrico Currò e altri. Giuseppe Smorto allora giovane aspirante, assunto dopo aver vinto una borsa di studio (e dopo aver rinunciato alla carriera di psicanalista) diventa un testimone privilegiato : comincia a passare i loro servizi, a respirare l’aria inebriante innescata dalle loro parole, a mettere a fuoco le rispettive peculiarità, ad assistere ai loro dialoghi e anche ai loro litigi.
La svolta all’arriva nel marzo del 1982. Sul charter che porta a nazionale azzurra a Parigi sono seduti, l’uno accanto all’altro, Gianni Brera e Mario Sconcerti : Il “Gioan-Brera-fu-Carlo ” mette soggezione, ma è a lui a rompere il ghiaccio e a confidare a Sconcerti di non trovarsi bene al Giornale fondato da Montanelli. Sconcerti riferisce a Scalfari. Comincia il corteggiamento e poche settimane dopo arriva la notizia-bomba : Repubblica, quotidiano nato per non occuparsi di sport, ingaggia il migliore. Brera è come Maradona, vale sempre il prezzo del biglietto. Dirà Montanelli al momento del congedo : “Brera piega alle sue esigenze la lingua italiana come fa il giardiniere con i cespugli di rose”. Il giovane Mura, che già collabora con la testata di piazza Indipendenza fin dalle olimpiadi di Montreal. otterrà la qualifica di inviato nel 1983, poi arriverà Gianni Minà, mentre nell’87 approderà l’ultimo fuoriclasse, Gianni Clerici, per completare quella che l’autore battezzerà come un’autentica “Nazionale” del giornalismo sportivo. Come in ogni famiglia affiorano divergenze, contrasti e rivalità. Ma tutto si traduce in un miglioramento del “prodotto” perchè ognuno, per competere, darà sempre il meglio di sè. In fondo, ricorda l’autore, sono tutti colleghi “Alfa”, cioè dei numeri uno. Ognuno con il suo stile. Tutti così diversi ma anche così uguali e così indipendenti al punto da non cedere mai al conformismo. Soprattutto sono bravi nell’interpretare lo sport come chiave per leggere la società. Il 1982 è anche l’anno del mondiale di Spagna. Dopo la fase a gironi, l’Italia di Bearzot si qualifica grazie al risicato (e molto discusso) pareggio con il Camerun. Il sommo “Gioan” evoca la Corea e pronostica il naufragio . Ma, dopo le vittorie contro Argentina e Brasile è costretto a scrivere “non credo al mio taccuino”. Tuttavia non si ferma e promette : se gli azzurri dovessero vincere il titolo lui parteciperà alla processione di San Bartolomeo, il patrono di San Zenone (suo comune di nascita) indossando il saio del flagellante! Dopo la vittoria contro la Germania nella finale di Madrid lo chiamerà Scalfari : “devi onorare la scommessa”. Tutti aspettano. Poi a Brera la scena del pentimento verrà risparmiata perchè si scopre che la tradizione religiosa è cambiata e quella processione non si svolge più da sei anni. Da quel 1982 in poi le campagne giornalistiche di Repubblica, insieme con le nuove rubriche azzeccatissime, propiziano un successo diffusionale incredibile : ventimila lettori in più. Un vero crescendo rossiniano, passando dalle polemiche con la Juventus sulla inopportunità dei festeggiamenti dopo la strage dell’Heysel e sul gol-non gol di Turone nella gara con la Roma, al dibattito sul gioco scintillante ma fisicamente troppo dispendioso del Milan di Sacchi.
Le duecentotrenta pagine del libro offrono in maniera plastica uno spaccato sulle qualità eccelse dei quattro Gianni. Leggendo Brera con i suoi funambolismi e i suoi neologismi, ognuno era obbligato ad ampliare le sue conoscenze di storia, di geografia, di letteratura, di antropologia, di mitologia. Per descrivere un contropiede o un gol di Riva ci metteva dentro Omero ed Euclide, Dante ed Hamingway, miscelando il greco e il latino con il dialetto padano. E la descrizione di una partita poteva così diventare un poema epico. Amico e confessore di Fausto Coppi, dotato di acume critico, di Brera rimane bellissimo lo scambio di battute al vetriolo tra lui e Umberto Eco. A Gianni Clerici, sublime e raffinato cantore del Tennis, non piacevano i campioni, gradiva occuparsi più del gioco e il suo tennis era un quadro in movimento, pieno di ironia. Diceva che i suoi testi non erano articoli ma “storie” e si definiva un “giornattore”, uno scrittore prestato al giornalismo. L’argomento lo sceglieva lui e andava per “vie laterali”, prescindendo spesso dal risultato. Minà, forte della sua conoscenza della realtà latino-americana, ha sempre inseguito lo scoop e le interviste con i grandi. La prima, con Fidel Castro, battè il record di durata : sedici ore. Ne seguirono altre tre per approfondire l’amicizia con Che Guevara, i diritti umani, la storia e i temi della rivoluzione cubana, Più rischiosa l’intervista al sub comandante Marcos, leader dell’esercito zapatista, per raccontare la ribellione e la marcia degli indigeni Maya da Chiapas a città del Messico. Fu realizzata nella foresta Locandona scelta come base operativa dai ribelli. Gianni Mura, popolarissime le sue rubriche, amava anche lui l’ironia sottile, sapeva leggere i cambiamenti della società, i suoi servizi sul ciclismo erano da antologia per lo stile pulito e scorrevole.
Nell’opera molto spazio è dedicato alle abitudini dei quattro nel privato, soprattutto al ristorante, dove, finito il lavoro, iniziava un’altra pagina che si protraeva fino all’alba all’insegna della buona cucina e del miglior vino. E dopo il dessert, ci si rilassava con interminabili partite a carte. Brera, che adorava il salame e lo affettava per gli amici a casa alle undici del mattino, era sempre ideologico e polemista : la dieta mediterranea non esisteva, era una invenzione degli americani. Il miglior parmigiano era quello di …Piacenza o di Lodi e alla fine aggiungeva che “…da una buona digestione può nascere l’infinito”.
Minà detestava la carne (quando Maradona lo invitò a Buenos Aires ha temuto di trovarsi coinvolto in una “conviviale” a base di Asado ed era terrorizzato), cercava sempre l’intervista originale anche tra il primo e il secondo piatto. Non a caso un grande scoop lo realizzò quando a Trastevere (al ristorante di Checco er carrettiere) riuscì a riunire allo stesso tavolo Robert De Niro, Cassius Clay, Sergio Leone e Gabriel Garcia Marquez.
Mura era abituato a portarsi il vino da casa, amava i ravanelli con lo champagne, la frutta e le acciughe. Era sempre curioso, correggeva i refusi sui menu, raccoglieva le segnalazioni dei lettori e ricavava indicazioni estraendo dalle tasche tanti ritagli con le recensioni. Celebrava in ogni occasione il re delle mense, Ernesto Pellegrini, prenotava sempre con un nome diverso dal suo : Moretti. Diverso dal suo, forse sperava di non essere riconosciuto. Il più morigerato era Clerici, sempre attento alla linea : un assaggio di primo, uova al tegamino, olive, melenzane. Raramente si concedeva una sbornia.
Rimangono i capitoli sui grandi incontri in redazione : Lee Evans, Julio Velasco, Eduardo Galeano. Per descriverli ci vorrebbe una enciclopedia. E ancora le nobili iniziative del giornale : i meeting con Mennea per ricordare Falcone e Vito Schifani uccisi nella strage di Capaci, la partita tra giornalisti e la Nazionale della Palestina e poi quella di una mista di ebrei e arabi contro la Salernitana. Tutti e quattro avevano in testa una idea di sport come comune denominatore di incontro tra popoli, religioni e lingue diverse. Nelle pagine finali Smorto spiega come è scattata la molla che ho portato alla decisione di scrivere il libro : “Non mi capiterà più di vedere Monica Bellucci uscire dalla casa di Gianni Minà, di commentare il gol di Maradona all’Inghilterra seduto accanto a Gianni Mura, e nemmeno di seguire l’esordio della Nazionale campione del mondo a fianco di Gianni Brera”. Tutti hanno lasciato un segno ovunque. Volavano alto e hanno trovato un approdo sicuro in un giornale paradossalmente nato senza sport .
Resta dunque intatta la ricchezza di uno straordinario patrimonio umano, culturale e professionale che i quattro Gianni hanno lasciato e che l’autore consegna alla memoria dei lettori. Il calcio e lo sport in genere, nell’era digitale hanno nuovi idoli, nuovi comunicatori, nuovi linguaggi. E’ una consegna necessaria perchè tutti i leader rischiano di passare per altrettanti sconosciuti agli occhi delle nuove generazioni. Se nelle scuole, nei Licei, nelle redazioni nate di recente dovessimo chiedere chi erano Brera, Clerici, Minà e Mura otterremmo come risposta un imbarazzato silenzio.
Dopo la tragica morte (nel 1992) del sommo “Gioan” nacque il club dei “senza-Brera”. Finito di leggere il libro possiamo dire che esistono adesso anche i senza Mura, i senza Clerici, i senza Minà. Esempi da ricordare in un mondo che, intossicato dal veleno dei social, di esempi così ne regala sempre meno.
L’AUTORE – Giuseppe Smorto, nato a Reggio Calabria, da ragazzino sognava di fare lo psicanalista. Invece ha sempre fatto il giornalista, dopo aver vinto una borsa di studio a Repubblica. E’ salito da giovane sull’Astronave del quotidiano e, assegnato alla redazione sportiva, ha scalato molti gradini diventando caporedattore, poi vicedirettore e direttore dell’edizione on line. Ha scritto diversi libri sulla Calabria, è stato coautore di “Semidei” un docufilm sui bronzi di Riace. Ha vinto diversi premi giornalistici tra cui il Saint Vincent e il Biagio Agnes.



