
LA PROPOSTA DI DONATI, LEADER DELLA LOTTA AL DOPING: TRAMITE IL PASSAPORTO BIOLOGICO, SQUALIFICARE L’ATLETA PRO SOLO FINO AL RIPRISTINO DI VALORI NORMALI
di Alberto Bortolotti
Patrocinato dall’USSI, presente con il Vice Presidente Giuliano Veronesi (e con il moderatore Alberto Bortolotti), il Panathlon Bologna 1957 ha organizzato un convegno dal titolo “Tutela della salute nelle attività sportive e lotta al doping”.
Relatori del Convegno sono stati il professor Sandro Donati, Maestro dello sport e protagonista di numerose battaglie legate al doping, e l’avvocato Carlotta Toschi, specialista in diritto penale e docente della Scuola Regionale dello Sport del CONI Emilia-Romagna.
L’incontro era una iniziativa dell’Area 5 (Emilia-Romagna Marche) del Panathlon. Presente il Governatore Stefano Ripanti. L’avvocato Toschi ha illustrato gli aspetti storici del doping e si è poi spostata all’analisi degli Esports: “sono vittime anche loro della piaga del doping: può sembrare strano associare i due termini, in realtà il lavoro cerebrale richiesto è tale per cui il livello di stress e stanchezza porta talvolta a far uso delle cosiddette smart drugs”.
Lo spunto più futuribile il “sacerdote” italiano dell’antidoping, Sandro Donati, lo ha offerto nel finale quando, dopo vari approfondimenti su un tema scottante, ha fatto scattare una proposta quasi rivoluzionaria: “l’industria farmaceutica legata allo sport, quella che dice ‘sì, sei sano ma devi diventare ancora più sano’, non si può permettere lunghi stop o sanzioni clamorose agli atleti mondiali degli sport opulenti, perché sennò crolla tutto il castello. Quindi mi sono convinto che l’unico provvedimento efficace e non distruttivo del ‘sistema’ sia ‘ti fermo finché i tuoi valori non sono ritornati nella norma’”.

Donati ha toccato tanti temi, raccontando molte delle sue esperienze personali, casi famosi per pochi mesi poi caduti nell’oblìo: “oramai è acclarato, la misura del salto di Evangelisti nel settembre 1987 era stata programmata da un giudice e inserita nel software prima che il padovano saltasse (8,38, fasullo ma buono per la medaglia, ndr). E poi il processo alla ostacolista Di Terlizzi, presunta dopata, che allenavo, quando il chimico della pugliese, da me ingaggiato su suggerimento di un giovane tecnico di laboratorio, stette davanti alle provette ignorando l’offerta di un caffè fuori dalla stanza per avere il tempo di alterare i valori. A Napoli ho conosciuto un medico che ha scritto un libro, raccontando dei controlli antidoping fatti a tossicodipendenti, specie sul più famoso. Positivo abitualmente alle verifiche del SERT e mai colto in fallo a quelle del cosiddetto antidoping calcistico. La bulgara Stefanova, autodenunciatasi con 200 mail, tutte distrutte. C’è stato un Presidente del CONI, decenni orsono, che incaricò il Prof. Conconi di indagare contro l’EPO…curioso, no? E Pietro Mennea, una volta, scherzando, mi disse ‘fatti una domanda e datti una risposta, Sandro. Perché tutti gli organismi internazionali hanno sede nella neutrale Svizzera?’”
Gli aspetti giuridici e le retromarce: “per me è importante sottolineare come la legge italiana sull’antidoping, la 376/2000, sia potenzialmente efficace ma che nel corso degli anni, a causa di interventi esterni in particolare della WADA, si sia depotenziata. Ora quel provvedimento è svilito ed è ora che il Parlamento riprenda in esame il tema: o si abdica del tutto in nome di un organismo internazionale su cui ci sono molte perplessità oppure ci riappropriamo della nostra autonomia legislativa”. Il professor Donati si è poi soffermato in un giudizio sull’agenzia mondiale antidoping: “La Wada si è trasformata molto negli anni, era nata sotto buoni principi e con parecchio slancio, collaboravamo tanto. Poi è cambiata la direzione, dal 2013 sono iniziati ad arrivare i contributi dalla Russia, ha preso una piega meno incisiva e con lati a dir poco inquietanti (il riferimento è al caso Alex Schwarzer, ndr)”. La sua definizione è lapidaria: “La vicenda dell’atleta altoatesino è un fatto schifoso”.
Poi la proposta sopra menzionata: “È proprio il percorso dell’antidoping che è destinato a fallire perché si aggiungono sempre nuove sostanze; anche il sistema sanzionatorio è molto blando. Un sistema del genere si può applicare ai dilettanti, non ai professionisti che muovono una gran quantità di soldi”.







