Jannick Sinner, perfetta simbiosi tra tecnica, stile e italianità

di Mario Frongia
Il mondo dei record e di chi è nato per frantumarli. Il mondo di chi chiama il Capo dello Stato Signor Matterella e gira con la fidanzata su una Vespa 50 rossa per le viuzze di Montecarlo. Il mondo di chi sa di trasmettere emozioni forti e quasi vuole scusarsi per la troppo rapida successione. Il mondo di chi, con buona pace dei Medvedev, dei Ruud, degli Zverev, dei Rublev e dei Fritz, marcia a velocità mostruosa sui record dei Novak, dei Roger e dei Rafa.
Storie di tennis, storie di Jannik Sinner. Il predestinato nel 2019 ha giocato all’Itf Future del Forte Village. Sulla terra rossa del resort dorato di Santa Margherita di Pula, quaranta minuti d’auto da Cagliari, tra i primi cinquanta al mondo i due terzi ci hanno giocato. E lui ha sconfitto, e vinto il torneo, Andrea Pellegrino, attuale 126 del ranking. Sette anni fa, un segnale. A pochi passi dal mare, lontano dalle Dolomiti e dalle sciate invernali. Il figlio di Hanspeter e Siglinde, che si nasconde gli occhi umidi e scappa nella lounge appena il figlio perde qualche 15, parla la lingua del sacrificio e del talento. Immenso. Quello di un predestinato. Che accompagna e mescola concetti, passione, rinunce. E li unisce al lavoro, alla meticolosità, al sapersi prendere le proprie responsabilità. E questo, in un circuito che alza la voce per avere le giuste remunerazioni con gli introiti che salgono, è un punto che piace. Piace e contamina, diventando spot per le nuove generazioni. Jannick e la sua chioma raccontano un’Italia giovane, ambiziosa, determinata. Un volto e un sorriso che ha siglato indelebilmente il tempo dello sport e di una cultura solida e trasmissibile. A ventiquattro anni non sono sufficienti smash, passanti e volée chirurgiche. Per stare lassù – con tanti saluti e un abbraccio a Carlitos Alcaraz, forse il solo che può/potrà impensierire il numero uno al mondo made in Val Fiscalina, cuore delle Dolomiti – nulla è frutto del caso. Niente si improvvisa o mette in scena nella giostra di una disciplina che dà gigantesche gratificazioni ma, al tempo stesso, prosciuga e leviga. Terra, erba o cemento, poco importa. Jannick Sinner con i suoi ventiquattro anni batte tutti perché sa capire cosa non va quando perde o non gioca al top. Parafrasando Nelson Mandela, o vince o impara. Ecco, il trucco è questo. E adesso, conquistato il Foro Italico a cinquantanni da Adriano Panatta, ha annodato i fili. Potremmo chiamarlo l’ingiocabile: 34esima vittoria di fila che ha raso al suolo il primato di Nole Djokovic. I sei Master Mille, il solo ad averne preso cinque l’uno dietro l’altro con 37 set consecutivi. Ma c’è dell’altro. Jannick è l’unico ad aver vinto i primi quattro tornei dell’anno: Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid. Ad aver centrato il Sunshine double (Indian Wells e Miami) senza perdere un set. Il tutto in neanche cinque mesi. Infine, è il quarto tennista nella storia ad aver superato i 14mila punti Atp, dopo Djokovic, Federer e Nadal. Tutto sommato, si è meritato una porzione abbondante del Risotto al pino Mugo e della Padella dell’alpinista – primo piatto combinato con i resti dei canederli – per vent’anni ricette cult di papà Hanspeter nelle cucine del rifugio Fondovalle, comune di Sesto. Buon appetito, Jannick. Anche al Roland Garros.



