
Il ricordo di Paolo Viberti (Ussi Subalpina) del simbolo dei Giochi Olimpici di Roma 1960. L’atleta piemontese che ha segnato un’epoca
Quello che sanno tutti è che Livio Berruti fu il primo a sconfiggere i neri americani, che allora parevano invincibili, svettando in quella mitica finale dei 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma 1960, che per il nostro Paese rappresentarono il vero inizio della rinascita dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale. Quello che invece non tutti sanno è che Livio era e sarà per sempre un eterno ragazzo innamorato della vita, della conoscenza del mondo e dell’espressione più alta che lo sport ha saputo proporre nel corso dei secoli, vale a dire i Giochi Olimpici. Livio non era soltanto un mio amico, bensì un amico di tutti coloro che amano la lealtà e la meraviglia delle cose semplici. Prediligeva gli studi classici, antico retaggio della sua frequentazione del liceo Cavour, ma finì per specializzarsi in un ramo scientifico, diventando uno studente modello di chimica.
Non dimenticherò mai ciò che mi confessò con l’aria sognante e un po’ smarrita di un eterno studente: “I nostri tempi sono inconcepibili per lo sport di oggi. Tra la semifinale e la finalissima olimpica di Roma 1960, ingannai la tensione sul prato dello stadio leggendo alcune dispense di chimica che avevo portato con me, concentrandomi a preparare un esame.
Altro che le cuffiette di oggi!”. Non alimentò mai con i toni da gossip quella graziosa e innocente simpatia che proprio a Roma in quei giorni che lo consegnarono alla storia provò per Wilma Rudolph, la gazzella nera americana che stava stupendo il mondo dopo un’infanzia tribolata dalla poliomelite e da una maternità in un’età in cui solitamente ci si occupa di realtà più leggere e meno coinvolgenti.
Livio Berruti per me è il campione che resta studente in eterno, studente di vita, l’uomo che non rinuncia mai alla sua dimensione più naturale e curiosa, come un eterno adolescente che resta fedele a quel tratto di vita in cui ogni giorno porta con sé una piccola rivoluzione. Per lui lo sport era espressione di impegno e di bellezza, ma non il risultato di una irreversibile dimensione di dipendenza. Per questo e in eterno Livio Berruti sarà sempre l’archetipo del fuoriclasse genuino e intelligente. Ci mancherà molto la sua contagiosa giovinezza di pensiero.
Paolo VIBERTI
Giornalista e scrittore

(fonte corriere.it) È morto a 87 anni Livio Berruti, dopo un periodo di malattia: campione olimpico dei 200 metri a Roma 1960, celebre la storia d’amore con Wilma Rudolph. Lascia la moglie Silvia.
Addio a Livio Berruti. Dopo un periodo di malattia è morto a 87 anni in una clinica torinese il campione olimpico dei 200 metri a Roma 1960. Lo apprende l’Ansa da fonti vicine alla famiglia.
Berruti lascia la moglie Silvia. I funerali sono previsti in forma privata. Dopo la carriera agonistica ha lavorato nel mondo della comunicazione. Nel 2006 è stato uno degli otto italiani portatori della bandiera olimpica alla cerimonia di chiusura dei Giochi invernali di Torino, la sua città.
Nato a Torino il 19 maggio 1939, Berruti conobbe l’atletica nel 1955 al liceo Cavour, diventando il più veloce dell’Istituto. Sperò — come ricorda la Fidal nella sua biografia — di poter praticare l’amato tennis frequentando il centro sportivo della Lancia, ma i risultati nelle gare di velocità lo spinsero a insistere con l’atletica.
Solo pochi anni dopo divenne campione olimpionico, primo velocista europeo a trionfare in questa gara. Tutto accadde il 3 settembre 1960 allo Stadio Olimpico di Roma: in appena due ore corse la semifinale in 20.5, eguagliando il primato mondiale, vincendo poi la finale nello stesso tempo davanti allo statunitense Lester Carney (20.6) e al francese del Senegal Abdou Seye (20.7). Fu primatista mondiale della specialità tra il 1960 e il 1963-Con la vittoria a Roma ottenne 800mila lire dal Coni per la medaglia d’oro, 400mila lire per il record mondiale e una «500» dono della Fiat. In quell’edizione conobbe anche Wilma Rudolph, la velocista che sconfisse la poliomielite e correva con delle speciali protesi. È proprio da quella storia con la fantastica «gazzella nera», trionfatrice all’Olimpico dei 100, 200 e staffetta 4×100, che rese celebre Berruti. Una delle foto più belle, cariche di sentimento di quell’Olimpiade, fu proprio il ritratto di Livio e Wilma mano nella mano nella zona del Foro Italico. Ad ammaliare Livio era stato il sorriso, lo sguardo pieno di gioia di Wilma. Tra i due ci fu subito sintonia anche se ognuno parlava la propria lingua. Gli allenatori americani non permettevano incontri `privati´. Rudolph è scomparsa nel 1994 a soli 54 anni a seguito di una malattia al cervello.
Ai Giochi olimpici di Tokyo, quattro anni dopo, Berruti corse la stessa distanza sulla scomoda prima corsia, finendo quinto e ancora primo degli europei (20.83), nella gara vinta dall’americano Henry Carr in 20.36.
Il nome di Livio Berruti è su una delle targhe della Walk of Fame dello sport italiano a Roma, individuata dal Coni per celebrare le leggende che hanno fatto la storia dello sport azzurro.




