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Addio a Carlo Gobbi. Ci lascia un altro grande del giornalismo sportivo

Addio a Carlo Gobbi. Ci lascia un altro grande del giornalismo sportivo

di Marco Pastonesi

Quando gli domandai se preferisse la pallavolo o il rugby, mi spiazzò: “La pallavolo per i luoghi, il rugby per la compagnia”. Se con il calore dei palazzetti si godeva la pallavolo, con l’allegria e la genuinità dei rugbisti si ripagava della pioggia subita sui gradoni del Vecchio Giuriati a Milano o del gelo sofferto sulla tribuna del Lansdowne Road a Dublino.

Stanotte è morto Carlo Gobbi. Carlone. La Gazzetta dello Sport. La vecchia Gazzetta, come sospirava anche recentemente. Giornalista, nel suo caso rappresentante, ambasciatore, difensore, interprete, portavoce non solo della pallavolo, sport praticato, e rugby, sport amato, ma anche arti marziali e hockey su prato, tiro con l’arco e tiro a volo, e tutte le discipline per le quali ogni giorno lottava per trovare una pagina, una mezza, una spalla, un corsivo, un box, un trafiletto, una fotonotizia, un pallino, insomma uno spazio per informare, aggiornare, rassicurare, accompagnare, proteggere gli appassionati, lo zoccolo duro, dargli anche oggi il loro pane quotidiano.

Gobbi da Cesenatico. Gobbi con la Mercedes. Gobbi inviato. Gobbi giacca e cravatta, Gobbi maglione, Gobbi paletot, guanti e cappello, Gobbi piumino, sciarpa e colbacco, Gobbi cicchetto, Gobbi carta e penna, Gobbi che arrivava allo stadio con grande anticipo, a volte era lui ad aprire i cancelli, e spesso era lui ad aprire la sala stampa e la tribuna stampa, sistemava tutti i suoi dispositivi e intanto osservava, studiava, ripassava, domandava e annotava, salutava e chiedeva, leggeva, aveva un suo rituale, perfino nel mangiare e bere, parsimonioso per non compromettere visione e giudizio, non era un poeta ma sapeva misurare e calibrare le parole, il peso delle parole, l’importanza delle parole, visto-si-stampi poi non si torna più indietro, e consegnare spedire inviare in fretta perché altrimenti la si leggerà soltanto in largo Treves.

Gobbi custodiva le sue specialità. Parlo di rugby, dove spesso ci univamo. Per esempio: per ogni incontro internazionale citava il nome della banda che eseguiva gli inni. Aveva un sacro rispetto delle armi, le scriveva tutte con la maiuscola, e non soltanto i suoi Alpini, di cui era fiero, orgoglioso, diritto, fedele esponente. Le cronache erano precise: elencava chi era stato colpito duramente – sapeva che quello del rugby è un campo di battaglia -, precisava come un campo fosse duro ma compatto, citava perfino pozzanghere e paludi, di certi giocatori ricordava titoli universitari e qualifiche professionali, non aveva paura di entrare negli spogliatoi né di accettare boccali di birra e condividere piatti di spaghetti nei terzi tempi allestiti non solo nei club ma anche in bar e trattorie, accettava sentiti doni come una spilla o una cravatta, come se fossero state il Sacro Graal. E il popolo del rugby lo rispettava: poterlo accogliere e ospitare era un onore, in lui si avvertiva il potere di un evangelista, l’autorità di una firma, la magia della Rosea.

Senza volerlo, Gobbi ci insegnava il rigore, la pulizia, la completezza. Non compiva voli pindarici: preferiva stare con i piedi per terra. Da giornalista, non offriva anagrammi e ossimori, citazioni letterarie o metamorfosi bibliotecarie, ma indagava, scavava e infine portava notizie. Chi, che cosa, dove, quando. Era quella la sua corsa all’oro. E comunque sapeva molto più di quello che si potesse supporre. Calcio e ciclismo, per dire di due sport di cui non scriveva, e anche di due redazioni che non frequentava. Sapeva da Giorgio Ghezzi, “Kamikaze”, portiere del Milan, anche lui da Cesenatico, a Fausto Coppi, di cui poteva recitare l’albo d’oro a cominciare dal giorno – era il 29 maggio 1940 – in cui, da gregario di Gino Bartali alla Legnano, decollò sull’Abetone, vinse la Firenze-Modena, indossò la maglia rosa e la portò fino a Milano.

Entrambi pensionati dalla Gazzetta, ci sentivamo, ci scrivevamo, ci vedevamo anche. L’ultima volta è successo a Ravenna, lo scorso 15 marzo. Presentavo “Il Leone e il Corazziere”, il libro dedicato a Carwyn James e Doro Quaglio, rugby. Gli chiesi se volesse introdurre la serata. Non aspettava altro. Però parlò più di me che di Carwyn e Doro, che pure aveva conosciuto e respirato. Mi commossi. Non me lo aspettavo, non me lo meritavo. Lo abbracciai. Si era rimpicciolito. Succede, e non dovrebbe succedere. E già la sua voce era stanca. Nelle foto, l’ho ritrovato in versione maglio e sciarpa, come se dovesse combattere il vento delle Highlands sulla tribuna di Murrayfield a Edimburgo.

Carlone ha aspettato che ieri sera l’Italia battesse l’Uruguay e si qualificasse per la Coppa del mondo del 2027, poi stanotte si è addormentato per sempre. La prossima rassegna iridata se la godrà da un’altra tribuna. Privilegiata.

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