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Basket, buon compleanno coach: Gamba festeggia gli 85 anni

Basket, buon compleanno coach: Gamba festeggia gli 85 anni

da Gazzetta.it di Andrea Tosi

Milano 2 giugno 2017 – Domani Sandro Gamba compie 85 anni. E’ la leggenda vivente del basket italiano, il più vincente sommando i titoli di giocatore e allenatore. Olimpia, Varese, Italia e Hall of Fame sono i picchi di una carriera inarrivabile, costruita nell’immediato Dopoguerra: «Il contatto con la palla avvenne su consiglio di un militare americano per recuperare l’uso della mano destra offesa da una scarica di mitra il 25 aprile 1945 in via Washington, dove sono cresciuto. Ma non volevo diventare un cestista, amavo il ciclismo e vinsi pure una gara giovanile. Fu Mario Borella, consulente del Borletti, a convincermi che col mio fisico ero perfetto per il basket». Alla Canottieri Olona, dove il coach si allena tre volte la settimana, ci regala un clinic di vita e di canestri.
Quando giocava si sentiva un allenatore in campo? «Non ci pensavo. Furono Elliott Van Zandt e Jim McGregor, pionieri del coaching in Italia, a consigliarmi questa strada. Van Zandt, tornato in America, mi spediva riviste in inglese di tecnica, si chiamavano “Athletic journal” e “Scholastic coach”. Io le leggevo e prendevo nota. La scintilla l’accese Cesare Rubini che mi offrì di diventare suo assistente il giorno dopo il mio ritiro dal campo. Avevo appena conquistato la promozione in A con la Pallacanestro Milano e non ci pensai due volte ad accettare».
Nel 1973 lasciò l’Olimpia per i nemici storici di Varese. Voleva affrancarsi da Milano? «La verità è che c’era un accordo tra me e Rubini. Nel 1970 Cesare mi affidò la gestione tecnica della prima squadra, il patto era che lui veniva in panchina la domenica perché durante il resto della settimana voleva fare soldi. Bella idea, però c’era anche un altro patto: non appena Milano avrebbe rivinto lo scudetto, sarei diventato capo allenatore. Nel 1972 vincemmo il titolo, ma non avvenne il passaggio di consegne. Rimasi assistente, ma l’anno seguente mi chiamò Varese e presi la palla al balzo. Ereditavo una squadra forte e matura».
Come fu il distacco? «Lo meditavo da un anno, ma lo decisi in un attimo. Chiamai il presidente Bogoncelli che buttò giù il telefono. Poi Rubini che scoppiò in lacrime. E infine l’avvocato Porelli, patròn della Virtus Bologna, al quale dovevo una promessa».
Ha guidato 12 anni la Nazionale. Era la sua vocazione? «Allenare la squadra azzurra era un desiderio che tenevo dentro. Il paradosso è che ci arrivai non grazie ai successi con Milano e Varese, ma sull’onda della crescita di Torino che presi in A-2 portandola subito in A. Andai in Piemonte per mettermi in gioco, volevo capire il mio valore allenando una squadra debole. La mia scelta piacque al professor Vinci, all’epoca presidente Fip, che voleva cambiare il c.t. Primo».
Lei è il più americanologo dei coach italiani. Come nacque questo connubio con gli States? «Quando iniziai ad allenare misi nel contratto sarei andato in America ogni estate ad imparare e aggiornarmi. Giravo i college e facevo stage di comunicazione e psicologia. Il primo viaggio fu nel 1965, andai a trovare Lou Carnesecca, Jack Ramsay e Frank Arnold».
Qual è stata la sua vittoria più bella e la sconfitta più cocente? «Il successo sull’Urss ai Giochi di Mosca 1980 che ci garantì l’argento fu un capolavoro di tattica. Il k.o. per un punto col Maccabi nella finale di coppa Campioni 1977 una beffa atroce. A pochi secondi dalla fine, col possesso per vincere, chiamai time-out raccomandandomi di non servire Morse perché sarebbe stato triplicato. Non l’avessi detto, la palla arrivò proprio a Bob che, pressato da tutta la difesa, sbagliò il tiro».
Ci dica quintetto ideale tra i giocatori che ha allenato. «Ossola, Riva, Bradley, Bisson, Meneghin. Sesto uomo Iellini»
Ha smesso 25 anni fa. Com’è cambiato il gioco da allora? «Oggi domina la preparazione fisica a dispetto di una tecnica impoverita. Un tempo si faceva lo straordinario per migliorare un giocatore. Brumatti imparò l’arresto e tiro lavorando un’ora extra tutti i giorni. Lo spronai scagliando il mio Rolex contro un muro».
L’ingresso nella Hall of Fame di Springfield nel 2006 è il successo più grande? «Sì perché non me lo aspettavo. Ero in ospedale sotto l’effetto dell’anestesia per un intervento quando mi chiamò un reporter del N.Y. Times per un’intervista. Credevo di sognare».
Messina è stato il suo ultimo discepolo. E’ il c.t. giusto? «Quando mi sostituì alla guida della Nazionale nel 1993 ero contento perché è un allenatore preparato e umile. Se Ettore non potesse proseguire nel rapporto con la Nazionale per gli impegni Nba, al suo posto vedrei bene Sacchetti».
La sua ricetta per il rilancio del basket italiano? «Riportare in A le piazze storiche. E rifondare l’impiantistica. Le semifinali con 3000 spettatori mettono tristezza».
Le manca il derby di Milano? «Sì. Magari tornasse. Oggi, con una sola squadra, se perde l’Olimpia perde tutta Milano»

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