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Addio a Rosario Pastore

Giornalista sportivo di lungo corso, fu il promotore dell’apertura della redazione napoletana della gazzetta dello sport e dal 1984 ha sempre seguito gli azzurri a

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Sandro Mazzola l’addio di chi resta nel cuore

Ora che la salma di Sandro Mazzola è stata tumulata nel cimitero di Vadano al Lambro, dopo i funerali celebrati da Monsignor Faccendini nella basilica milanese di Sant’Ambrogio, un interrogativo affiora in tutti noi : come si misura la grandezza di un mito del calcio nel giorno dell’addio? Contando i trofei e le vittorie (quattro scudetti, due coppe dei campioni e due intercontinentali, un campionato europeo, un titolo di vice-campione del mondo), oppure i gol (162 in 570 partite in maglia nerazzurra), oppure ancora misurando la sua empatia e la sua umanità? Nel caso di Sandrino tutti questi elementi coincidono alla perfezione ed aumentano il rimpianto. La commozione che ha accomunato l’intero Paese, culminata nel brivido corale che ha pervaso lo stadio Olimpico prima della sfida al vertice tra la sua Inter e la Roma di Gasperini e poi durante la cerimonia funebre, ha confermato che nessuno muore sulla terra finché vive nel cuore di chi resta. Con buona pace di quei poveri ignoranti della curva juventina, protagonisti di un comportamento inqualificabile in occasione del minuto di raccoglimento che ha preceduto la gara con l’Atalanta.

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Così Bulgarelli parlava di Mazzola

Di quella generazione e di quel centrocampo azzurro sontuoso ho conosciuto quattro
giocatori su cinque, Sandro Mazzola meno, solo in occasioni un po’formali (dopopartita, conferenze stampa). Con De Sisti ho passato una piacevole serata romana, prima degli Europei vinti dalla squadra del Mancio, organizzata proprio da Ussi: arrivò in Panda, la sistemò di fianco a Maserati e Bentley da Dolce Vita capitolina. Totò Juliano ha giocato a Bologna, con Gianni Rivera c’è stata confidenza, l’ho perfino seguito in alcuni suoi excursus politici, e di Bulgarelli (Giacumèn) ero amico. In 50 anni di tv territoriale, che compio quest’anno, non mi è mai capitato che un ospite si auto invitasse per tutelare la società verso una contestazione. Il dg del club felsineo, proprio lui, un santino a cui si era aggrappata una pencolante proprietà negli anni ’80, suonò il campanello e disse semplicemente “mè a san qué”. Prima di distruggere il Bologna passerete sul mio cadavere.

Proprio Giacomino mi raccontò che la nascita dell’AIC, il sindacato dei calciatori, era dovuta certo alla notorietà del Golden Boy rossonero – suo mentore in vari tentativi di portare il numero 8 petroniano a Milanello, tutti abortiti nel finale -, allo spirito di servizio dei più famosi e “ricchi” (rispetto ad adesso, roba da ridere) giocatori che si battevano per i più umili, ma l’abnegazione del figlio del Mito (Valentino Mazzola) fu decisiva, oltre alla perizia e competenza legale dell’avvocato Campana (ex rossoblù pure lui).

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