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Diritto d'autore, cosa cambia dopo il via libera del Parlamento europeo alla direttiva

Diritto d'autore, cosa cambia dopo il via libera del Parlamento europeo alla direttiva

da: repubblica.it
Istituito il nuovo diritto degli editori a un equo compenso e un via libera a filtri preventivi sui contenuti web. Ma la battaglia non è finita. Ecco i prossimi passi e i possibili scenari.
di ALESSANDRO LONGO
L’approvazione della direttiva copyright al Parlamento europeo espone adesso il mercato digitale a importanti conseguenze e possibili rivoluzioni, secondo gli esperti. Nel bene o nel male (a seconda delle diverse opinioni). Conseguenze che risulta difficile – per altro – valutare nel breve, dato che la battaglia non è finita.
CHE SUCCEDE ORA
Sappiamo che oggi il Parlamento Ue ha dato il via libera alla proposta di direttiva sui diritti d’autore nel mercato unico digitale, introducendo tra l’altro un nuovo diritto di equo compenso agli editori, dovuto dai servizi online come Google e Facebook. Ma ora inizia il dialogo tra Parlamento, Commissione e Consiglio per arrivare alla norma effettiva. E poi bisognerà vedere il recepimento in Italia e l’interpretazione che ne daranno i giudizi nelle sentenze.
“Finora c’è stata l’approvazione politica. La prossima fase è più tecnica, che non cambierà la sostanza dei grandi oggetti di dibattito”, spiega Guido Scorza, noto avvocato esperto di digitale. “Sarà anche interessante scoprire il peso che avrà il Governo italiano a livello di Consiglio nel discutere questa direttiva, su cui il vicepremier Di Maio si è già detto contrario”, aggiunge l’avvocato Fulvio Sarzana, noto per le proprie battaglie sui diritti digitali e copyright. “Bisognerà anche vedere come si orienterà la giurisprudenza, nelle varie sentenze che seguiranno l’approvazione definitiva”, aggiunge l’avvocato Oreste Pollicino.
LE CONSEGUENZE
Ciò detto, “è sicura l’introduzione del nuovo diritto degli editori (con l’articolo 11), che avranno un compenso in caso di pubblicazione di snippet”, aggiunge Scorza. Lo snippet è quell’anteprima che compare – per esempio su Google News – di fianco al link con le notizie. Il compenso è quanto i servizi online dovrebbero pagare agli editori giornalistici per sfruttare a fini commerciali quest’anteprima.
“Speriamo però che i negoziati con Commissione e Consiglio riescano a bilanciare meglio tutti diritti in campo, definendo quali tipi di link sono esclusi dal diritto (e quindi dal compenso agli editori). Se aggiungo molte informazioni al link probabilmente sarò soggetto all’equo compenso. Se metto solo qualche parola di accompagnamento al link, forse no. Lo scopriremo nella prossima fase”, aggiunge Scorza. “Ad oggi Google News e forse anche Facebook, così come trattano ora i link, ricadono nei termini dell’equo compenso. La grande domanda è se Google chiuderà Google News in Europa (come fatto in Spagna, portando problemi soprattutto agli editori minori) e come Facebook tratterà in modo diverso i link di notizie; oppure se si troverà un accordo con gli editori, che non danneggi l’ecosistema”, continua Scorza.
“Il meccanismo nell’economia dei diritti d’autore si chiama reversione degli utili. Bisogna stimare quanti utenti perde una testata per colpa di Google News e quindi compensarla con una parte degli utili pubblicitari associati alla piattaforma digitale”, dice Alberto Gambino, ordinario diritto privato all’università Europea di Roma.
“Il modello di calcolo è semplice, basta avere i dati. Però non credo che ne verranno cifre significative, perché gli utili andranno divise per tante testate. Certo bisognerebbe considerare anche gli utenti ottenuti dalle testate grazie a Google News (e i relativi proventi ottenuti da loro), ma il calcolo sembra poco fattibile e comunque varrebbe perlopiù per le testate minori (soprattutto queste hanno bisogno dei link provenienti da Google News, come si è visto accadere in Spagna)”, continua.
“Un’altra conseguenza dell’attuale testo della direttiva (l’articolo 13) è che le piattaforme online saranno obbligate a introdurre filtri sui contenuti pubblicati sul web dai propri utenti, qualora non abbiano fatto accordi specifici con i detentori del diritto d’autore. Questa disposizione, che si applica a tutti i soggetti, equivale a introdurre una censura preventiva, nel tentativo di filtrare contenuti protetti da diritto d’autore”, suggerisce ancora in chiave critica Sarzana. Qualcosa di simile lo fa da tempo YouTube, che con i propri algoritmi di analisi controlla in automatico se i contenuti caricati dagli utenti possono contenere materiale protetto da copyright. Motivo per cui secondo alcuni commentatori l’obbligo di filtri preventivi rischia di penalizzare soprattutto le piccole piattaforme online e i nuovi entranti (privi della capacità economica di Google di realizzare questi strumenti automatici). E quindi può essere un boomerang per la competizione e l’innovazione del mercato digitale.
“Quest’articolo avrà un maggiore impatto economico sull’economia del web, rispetto all’11. In due modi: emersione del sommerso, a vantaggio del mercato legale di video e musica; alti costi difficili da sostenere da piattaforme digitali minori per dotarsi dei filtri”, continua Gambino.

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