di Alberto Bortolotti

Chi scrive ha la predilezione per i preti abbigliati in modo “tradizionale”, tonaca e clergyman, ma non vi è dubbio che la generazione di Don Mazzi, sulla scia di un ’68 ecclesiastico, abbia lasciato un segno forte anche partendo dal dress code. Figura classica Don Mazzi non lo è mai stato. I suoi centri giovanili sono un capolavoro di capacità di ascolto. Che è esattamente quello che di solito non si fa con i giovani, per i giovani e per le famiglie. E’ partito dalla droga e ha sviluppato il suo mondo su alcune cose “belle”, lo sport, la musica, la cultura, l’arte. Lo ha fatto in modo “non pretesco”, nessun sussurro alle celebrazioni, nessuna parola scontata all’omelia, ma tanta umanità da dispensare.
Ci sono numerose sue scorribande in ambito mediatico/sportivo, a cominciare da una trasmissione tanto di successo per il pubblico non sportivo e non calcistico come “Quelli che il calcio”. Può apparire paradossale, ma il tifoso vero, duro e puro, ossessivo e geloso, non guardava di sicuro quel contenitore, che è “defunto” nel momento in cui al calcio sono rimasti aggrappati soltanto i “tossici” da pallone: o forse, semplicemente perché anche i migliori format hanno un tempo di vita non estendibile. A loro don Antonio non poteva parlare, ma le casalinghe che, mentre stiravano, guardavano il programma, apprezzavano molto un sacerdote eterodosso, che sì, interveniva sul calcio, ma non per discettare di “braccetti” o rapporti fra tifoserie (per quello, paradosso dei paradossi, c’era Suor Paola), bensì per parlare di umanità, figli che si perdono e si ritrovano, agonismo sano e non “viziato”, cura del corpo perché ne benefici lo spirito. Predicava la “poligamia” sportiva, cosa ben strana , visto il suo mestiere principale. A un congresso CSI, 2015, disse che “i ragazzi debbono fare uno sport individuale e uno di gruppo, con palla e senza, e imparare a stare tra di loro e con il superiore, ovvero il tecnico”. Ci ha lasciato a Milano e le esequie saranno, nel bresciano, una sorta di staffetta con Franco Baresi, faccia da oratorio, furbizia da campo con le gobbe (il più grande guardialinee della storia senza esserlo ufficialmente), signorilità di un Milan talmente cementizio da sembrare, ed essere spesso, invincibile, immarcescibile e indimenticabile.

Don Antonio era, o faceva, il giornalista. E rispettava la nostra funzione e le nostre caratteristiche. Era molto internazionale ma le sue radici pesano molto. Verona è, credo, la città più importante d’Italia non capoluogo di regione. Ha diversi personaggi del calibro di Don Mazzi. Ma lui, credo si possa dire, è stato davvero un bel capitano.




