
Un giorno a Vismara, periferia di Milano, per un raduno nazionale dei gruppi scelti Milan Academy. Per far capire a ragazzini dagli 8 ai 14 anni cosa volesse dire indossare la maglia rossonera, inseguire sogni, essere esempio c’era l’uomo simbolo dei valori più alti con la maglia rossonera: Franco Baresi, il Capitano.
C’ero come genitore e incrociai il campione conosciuto nei ritiri con Liedholm e poi a USA ’94 e mi rese felice proprio come i bambini presenti il suo saluto garbato ma schietto. Orgoglioso di quella scena mai dimenticata.
Una grave perdita ma per davvero, soprattutto ora che il calcio italiano va alla ricerca di qualità, valori, storie esemplari, successi costruiti con le sollecitazioni mai smodate di mamma e papà e i consigli di allenatori appassionati tipo quelli che per anni abbiamo ammirato al Torneo di Viareggio la famosa coppa carnevale. Affidiamo il ricordo di chi è Franco Baresi a Franco Ordine firma de Il Giornale e prima del Corriere dello Sport che nel libro “Capitani per Sempre” così ha descritto Franco Baresi. Addio e Capitano ed esempio lo 6 per sempre (Gfc)

di Franco Ordine
All’inizio fu semplicemente “Piscinin”, il piccolino, adottato bambino dopo un provino negativo all’Inter, da tutto il Milan qui inteso come famiglia calcistica quasi per compensare la perdita drammatica dei genitori durante un incidente stradale. Più tardi, cresciuto senza mai diventare un gigante in altezza ma capace di diventare un autentico mostro di eleganza e bravura tecnica, divenne per la narrazione rossonera “kaiser Franz”, con la minuscola così da entrare nella ristretta cerchia degli eredi naturali di Franz Beckenbauer, appena deceduto, icona mondiale del calcio anni settanta oltre che del movimento tedesco. Di diverso rispetto al suo progenitore ammirato da bambino, Franco Baresi (all’anagrafe Franchino 8 maggio 1960) ebbe subito il numero stampato sulla schiena: scelse il 6 chissà per quale banale motivo che divenne una sorta di stemma per tantissimi anni, specie poi nella stagione in cui quel numero si trasformò nel simbolo del capitano storico del primo Milan berlusconiano fino alla decisione, storica, all’atto di chiudere la carriera, di “sospendere” quel numero così da conservarne in eterno il ricordo indelebile.
Basterebbero questi semplici dettagli per rendere la storia personale e calcistica di Franco Baresi come unica e inimitabile, a tal punto da conservare un posto d’onore nella grande rassegna dei capitani del Milan partita da Cesare Maldini per passare a Gianni Rivera e quindi proprio a Franco che cedette il suo scettro nientemeno che a Paolo, figlio di Cesare, entrambi capitani e protagonisti dei trionfi di Wembley (1963) e Manchester (2003), la prima edizione della coppa dei Campioni (dinanzi al Benfica di Eusebio), la seconda Champions league contesa fino ai rigori alla Juventus di Buffon e Lippi. Per anni Franco Baresi non è stato solo il capitano del Milan ma anche il depositario di un “microchip” calcistico invidiato da molti tecnici e criticato ferocemente dai tanti rivali. Con l’avvento di Arrigo Sacchi, il “Piscinin” cominciò a guidare la difesa come una sorta di auto, avanti e indietro con un sincronismo spettacolare a tal punto da provocare qualche mal di testa negli assistenti degli arbitri, e lo stordimento degli attaccanti avversari. “Alza troppo la manina” schiumarono in tanti per l’abitudine di Baresi di segnalare la posizione di fuorigioco dei rivali scappati ma finiti nella trappola tesa da lui e dai suoi sodali, Costacurta, Tassotti e Maldini, non una difesa ma un’autentica gendarmeria del pallone.
Mai una polemica, mai una intemerata, mai una intervista velenosa, mai una mancanza di rispetto: Franco Baresi è cresciuto in un calcio poco disposto alla comunicazione e perciò pronto ad esercitare la propria leadership in modo inedito. A svelarne il contorno di “capitano silenzioso” di quel Milan fu proprio Paolo Maldini, suo successore e ammiratore dello stile. “Franco Baresi ha sempre parlato pochissimo fuori dal campo e nello spogliatoio, ha preferito far parlare il proprio comportamento, l’esempio” la descrizione didascalica scelta da Paolo Maldini diventato più tardi anche capo dell’area tecnica del Milan americano. In Nazionale molti ricorderanno le sue lacrime amarissime dopo la finale di Pasadena mondiale 1994 e quel rigore volato sopra la traversa: fu una scena tenerissima che diede conto del dramma sportivo vissuto in quella circostanza.
Oggi Franco Baresi continua a interpretare il suo “milanismo” con lunghi silenzi e molte partecipazioni a convegni presso istituti scolastici nella versione di vice-presidente-ambasciatore. Non è una semplice posizione di rendita ma la conferma, pubblica e solenne, che si può esercitare ancora il ruolo di capitano anche molti anni dopo aver smesso una carriera colma di successi, di mani alzate e di corse in avanti per ricacciare indietro gli attacchi altrui.














