Il tecnico della Roma calcio ha partecipato alla prima giornata del 10° seminario “il calcio e chi lo racconta” organizzato dall’Unione Stampa Sportiva Italiana e da Federazione Italiana Giuoco Calcio al Centro Onesti dell’Acqua Acetosa a Roma. Nel suo intervento Eusebio Di Francesco ha sottolineato che: “Esercitare significa saper far fare. Ma è fondamentale mettere nella testa dei giocatori le proprie idee. La prima qualità di un allenatore deve essere quindi la competenza, ma basta sapere se non si riesce a far recepire le proprie idee. L’intelligenza di un allenatore sta nel capire quando si può cambiare qualcosa, ma mantenendo gli stessi principi. Se cambio modulo cosa non deve cambiare nel mio modo di giocare? L’essere aggressivo e recuperare palla nella metà campo avversaria.
Ha poi proseguito: I moduli? Il calcio è dinamico, non è statico. È l’idea che fa la differenza. L’allenatore deve essere anche gestore di un gruppo e in alcuni momenti della stagione devi lavorare sulla testa dei calciatori.
Le qualità di un calciatore sono 3: qualità fisiche, tecniche, che sono importantissime ma non bastano. La più importante componente è infatti quella psicologica. Bisogna convincere i giocatori nella testa e non bisogna essere ostinati (in relazione al fatto che lo definiscono “integralista”).
La mia squadra deve rimanere in 30-40 metri e deve muoversi dove sta la palla. Non mi piace un calcio speculativo, voglio una squadra che vuole essere protagonista e proporsi.
Gli avversari? Se fanno il lancio di 40 metri e mi segnano applaudo, ma non cambio la mia idea di gioco.
Il ruolo di mediano/regista? un esempio perfetto per questo ruolo era Pizarro, perfetto in quella Roma. Ma devi avere anche un giocatore che ti dia equilibrio in quella posizione.
Il trequartista? Nel mio modo di giocare possiamo dire che ho un trequartista di centro destra e uno di centro sinistra. Ricordate Totti ai tempi di Zeman? Partiva da sinistra, ma se a Totti chiedi di seguire la linea laterale e basta lo limiti e non va bene…
In riferimento al ruolo dell’allenatore, quando si scende a compromessi? Compromessi zero. Non li conosco. Esiste la capacità di saper trasmettere ai giocatori le proprie idee e trovare un minimo di disponibilità da parte dei giocatori. Se non la danno stanno fuori, ma i giocatori eticamente e moralmente ce l’hanno questa disponibilità, sono dei professionisti.
Io do le soluzioni ai giocatori e devo far capire loro dove e quando scegliere la soluzione giusta. Coordino i movimenti, ma le scelte poi sono dei giocatori. La ripetitività di ogni cosa è sempre da allenare e sono certo che dia vantaggi.
Sei stato giocatore allenatore della Roma: come cambiano le responsabilità? Aumentano all’ennesima potenza… Dalla stampa prendo i complimenti e le critiche, ma non mi interessa fino in fondo cosa scrivono: questa deve essere la mia forza per non farmi schiacciare dalle pressione e seguire la mia strada.
L’allenatore che ha insegnato più di tutti ai miei tempi? Zeman. Poi ho fatto tante altre esperienze approfondendo il lavoro di altri e prendendo da tutti. Ma ai miei tempi chi dava un’identità alla squadra era lui. Le sue squadre erano orchestre con pregi e difetti, ma avevano un’identità.
Venerdì 19 interverranno Matteo Marani diretto Sky Sport e Giovanni Malagò presidente del Coni.

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