Le premesse
Pensare che oggi il giornalismo e l’informazione possano prescindere dai social network è uno spericolato tentativo di negare la realtà dei fatti e comporta il rischio che lo spazio dove la maggior parte del pubblico attinge le notizie, la vera agorà, venga completamente occupata dai non professionisti, creando un problema non indifferente di potenziale inquinamento dell’informazione stessa.
Ma i social network sono, in questa fase storica, un ecosistema rischioso per i professionisti dell’informazione che lo abitano e che affrontano un elevato rate di hate speech, come dimostrano gli studi e l’esperienza personale.
Partendo da questi due presupposti, lo studio legale 42 Law Firm ha organizzato la tavola rotonda di Milano “Hate specie e Giornalismo sportivo” che ha coinvolto cinque giornalisti professionisti, provenienti da diversi ambiti (radio, tv, carta stampata), tutti attivi sui social, che hanno portato le loro esperienze, spunti per allargare una riflessione e provare a proporre delle soluzioni.
I giornalisti erano: Guido Vaciago, Direttore di Tuttosport; Sandro Sabatini, giornalista e opinionista Mediaset; Lia Capizzi, freelance, ex Sky e Rai; Giovanni Capuano, Radio24 e Panorama; Fabrizio Biasin, Libero. Tra i partecipanti Riccardo Signori, vicepresidente Unione Stampa Sportiva Italiana.
L’interessante introduzione di Nicole Monte, salary partner di 42 LF ripercorre la storia dell’hate speech, che non è un tema di questi anni, ma viene menzionato anche nella Dichiarazione dei diritti umani del 1948, in cui all’art. 19 secondo cui «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». In quasi ottant’anni, l’hate speech ha mutato le sue forme seguendo l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, ma non la sostanza che già veniva condannata nel 1948.
La ricerca
Per avere un riscontro numerico e oggettivo del fenomeno dell’hate speech nel giornalismo sportivo, la tavola rotonda è partita con la presentazione della ricerca di “The Fool“, che ha dimostrato quanto significative siano le percentuali. I dati rilevati da The Fool partono dall’idea di creare una squadra virtuale in cui sono stati inseriti i giornalisti in primis e poi alcuni casi balzati agli onori della cronaca proprio per i discorsi di odio che hanno generato.
Il primo dato deriva dagli account “X” dei cinque giornalisti partecipanti: ognuno ha circa 1.5 mln menzioni ufficiali e di queste menzioni 600mila appartengono alla categoria hate speech. In particolare, l’hate speech presente variava dal da 6 all’11% hate speech ed il tipo di insulti può spaziare dalla squadra calcio di appartenenza del giornalista sino ad arrivare all’aspetto fisico. The Fool sottolinea che anche un 6% è significativo come dato, se si usassero i normali parametri della consulenza, quando viene analizzato un dato in relazione ad un marchio dal 3 % in su il dato si considera rilevante.
Sono state poi analizzate le principali testate sportive giornalistiche (es. Gazzetta), e le percentuali sono solo leggermente più basse (dal 5% al 7 %). Per quanto riguarda l’analisi degli hashtag “Serie A” e “Serie A Tim” che comprendono 14mila contenuti in 2 anni, e si è registrato un aumento del 26% totale dell’hate speech da 2022-2023 (4.4k) a 2023-2024 (5.6k). Da sottolineare è che l’aumento riguarda l’aspetto di discriminazione razziale dei commenti d’odio. A tal proposito viene sottolineato come questi dati siano indicativi del fenomeno: i commenti d’odio sotto una testata giornalistica non sono postati per interagire in quanto le testate non rispondono a questi commenti.
Il punto di vista dei social
La Tavola Rotonda, moderata da Andrea Cavalloni, partner di 42 Law Firm, si è aperta con l’intervento di Costanza Andreini, Public Policy Manager di Meta Italia, la quale ha fornito il punto di vista dei social network sull’hate speech in generale e gli sforzi di Meta per arginarlo.
«Meta due anni fa e l’anno scorso ha sviluppato un progetto molto interessante per mettere a sistema quello che era il fenomeno dell’hate speech legato anche all’aspetto razziale. Infatti, nel caso del calcio c’è una ulteriore componente che è quella legata all’etnia e a geograficità specifiche. Meta ha dunque fatto molto lavoro per raccontare cosa succede online e per parlare ai giovani sui social, che sono cresciuti in un clima dello stadio, caratterizzato da grida e improperi e percepiscono che questa partecipazione emotiva, ma quando si riflette sui social crea un ambiente diverso. I tifosi sono chiamati a portare la migliore versione di sé sia fisicamente che online.
Tutto ciò che può essere “censurato” online è una componente piccola: la tecnologia è fondamentale per arginare un fenomeno ma non potrà prevenirlo. Il punto è che trovare una linea netta tra ciò che si può dire e non si può dire è la sfida più grande, garantire la libertà di espressione si scontra, o comunque deve esser tutelato, rispetto al diritto delle persone di non essere attaccate e aver un ambiente online sicuro. Questo processo per una piattaforma globale che si scontra con linguaggi e culture differenti è più complesso, trovare regole comuni richiede sforzo costante e di aggiornamento. Infatti, un’osservazione che 16 anni fa (su Facebook) era fattibile, col crescere della sensibilità e dell’attenzione ad alcuni temi adesso è inopportuna (può arrivare diventare oggetto querela). Quindi le policy e gli standard delle piattaforme cambiano.
Per l’intelligenza artificiale (IA) e per i revisori è spesso difficile decidere immediatamente se un contenuto può o non può rimanere online. Per quanto riguarda i numeri di Meta, dall’ottobre al dicembre 2023, 7.4milioni di contenuti sono stati rimossi da Facebook e Instagram. Di questi, 95% sono stati individuati su Facebook e 97% su Instagram, in maniera automatica dall’AI, prima della segnalazione di un utente. La percentuale è alta ma se vediamo altri contenuti come i fake account, pedopornografia ed altri si arriva a percentuali più alte di individuazione tramite AI perché nel caso dell’hate speech entrano in gioco elementi come lo slang, l’utilizzo del linguaggio colloquiale, l’intenzione, i riferimenti, che l’AI fatica ad individuare. Quindi, le segnalazioni utenti sono molto importanti perché aiutano tantissimo l’AI a fare passi avanti nell’individuazione proattiva: segnalare aiuta la modalità di moderazione su scala delle piattaforme».
Le esperienze dei giornalisti
La riflessione iniziale di Guido Vaciago è legata al fatto che andare sui social è un dovere del giornalismo per non lasciare sguarnita una frontiera che porta al futuro, dove l’informazione deve essere ancora garantita da una deontologia professionistica. Ma l’hate speech può essere un condizionamento pesante per chi fa informazione sui social, diventando un “tema costituzionale” che mette a rischio la libertà di stampa. Perché l’hate speech può intimidire o limitare la professionalità del giornalista, toccando temi dell’Articolo 21 della Costituzione. Il tema, dunque, è fondamentale per lo sviluppo di una delle garanzie chiave della democrazia, ovvero l’informazione, sui canali moderni.
Il contributo di Fabrizio Biasin, giornalista che si caratterizza per la sua grande conoscenza del mondo interista, di cui è uno dei principali cronisti e opinionisti, approfondisce il tema del condizionamento indiretto che provoca l’hate speech sui social. C’è il timore, spiega Biasin, di leggere i commenti a ciò che si scrive. Questo genere il paradosso: sono sui social per interagire, ma non guardo i commenti al mio post per paura degli insulti. Come si argina? Fabrizio Biasin, nel suo piccolo, prova ad utilizzare l’ironia ma spesso non è apprezzata, c’è il rischio che si inneschi ancora più odio. L’unica soluzione che sembra plausibile allora è «postare meno», di fatto autocensurarsi per evitare le ondate di odio. Questo dimostra indirettamente a una limitazione della libertà di espressione, spesso involontaria, anche dovuta al fatto che gli hater di oggi sono migliorati: trovano modo per colpire i punti deboli dei soggetti e ferirli sul personale e questo condiziona i giornalisti. Allora, escludendo come possibile soluzione la risposta in privato (perché potrebbe comunque essere pubblicata tramite screenshot), l’unica plausibile pare quella di evitare di rispondere, così da non dare visibilità al soggetto. Anche la visibilità ha un ruolo fondamentale nelle ragioni che spingono il soggetto a fare questo tipo di commenti così come la creazione di un effetto branco: il riconoscimento e la condivisione della stessa “opinione d’odio” di altri haters porta a una proliferazione maggiore.
Più emozionale l’intervento di Lia Capizzi, che aggiunge al tema la sua posizione di donna, quindi oggetto di un hate speech specificamente più odioso e riprovevole. Capizzi ha anzitutto premesso che ha scelto ormai da anni di postare pochissimo di calcio proprio per evitare insulti e odio gratuito, che parlando di calcio sono molto maggiori. Dichiara di essere condizionata nel twittare commenti dopo esser stata vittima dell’hate speech, in particolare, commenti sessisti, resi pubblici tramite modifiche alla sua pagina Wikipedia, episodio per cui, anni addietro, era stata contattata dalla Polizia Postale che aveva individuato l’identità dell’hater. La giornalista ricorda tuttavia come X sia la più grande agenzia di stampa mondiale, strumento utile se non indispensabile per un giornalista e ricco per un utente che vuole informarsi. È necessario, però un lavoro di filtraggio per selezionare le fonti e le notizie che le pervengono, lavoro che non tutti gli utenti sono capaci di fare. Conclude dicendo che non è solo un problema di educazione, ma è anche questo: i giovani d’oggi non hanno limitazioni alle loro barriere linguistiche. Le parole offensive che utilizzano nel parlato le utilizzano allo stesso modo nello scritto. E proprio questi giovani sono quelli che hanno bisogno di protezione, non sono tolleranti nel ricevere hate speech come i più grandi.
Sandro Sabatini è, tra i giornalisti presenti, l’unico che ha scelto le vie legali per tutelarsi dall’hate speech. Dichiara di avere uno studio legale che lo segue per la moderazione dei contenuti sui suoi profili, anche allo scopo di denunciare i casi più gravi di hate speech (molti dei quali giungono alla conclusione di una transazione economica o di una condanna) e spiega di essere, comunque, molto condizionato anche lui nel commentare, postare e più in generale utilizzare i social. Sottolinea come l’AI è troppo giovane, commenti come «speriamo di vederti con 2 date su Wikipedia» che, augurando la morte, costituiscono un insulto diverso e non diretto, non sono individuati dagli algoritmi. Un altro esempio riportato dal giornalista è l’utilizzo di emoticon per veicolare discorsi d’odio: una emoticon è uguale alla vita reale, perché la vita reale ormai è legata ai telefoni e di conseguenza sono ugualmente offensive. Il linguaggio fa male e l’odio fa male, non si misura la gravità con una sensibilità generale ma individuale. A tal proposito propone delle “sanzioni proporzionate” facendo l’esempio della patente: proporzionate ma nessuna azione negativa deve rimanere impunita.
Giovanni Capuano, che ha avuto esperienze molto sgradevoli di hate speech con effetti sulla vita reale (racconta un episodio in cui ha dovuto lasciare le tribune di San Siro insieme ai suoi figli), punta sulla questione dell’anonimato. In particolare, sostiene che l’hate speech non sia questione di educazione e cambiamento culturale fin quando non cadrà la barriera dell’anonimato. L’anonimato facilita anche l’effetto “branco” ed è proprio l’anonimato che fa la differenza con un incontro reale. Solo se l’interlocutore ha un nome e un cognome, il giornalista «gioca ad armi pari». Capuano ritiene che le piattaforme non facciano abbastanza su questo in quanto egli stesso ha provato a fare cause pilota seguendo i canali tradizionali, ma si arenavano sempre sull’identificazione certa di questi soggetti e questo ti rende debole, sei tu contro tanti follower “imprendibili”. Anche per quanto riguarda i tempi di sviluppo, essi sono incompatibili con esigenze quotidiane. La possibile soluzione proposta è identificata in un bisogno di norme e di repressione per ripulire la timeline. Molto importante è anche definire le diverse categorie basate sulla gravità di hate speech: su alcun i commenti il giornalista ritiene si possa avere tolleranza, cosa che non avviene per commenti che mettono in dubbio la professionalità del professionista (servilismo, dichiarazioni inventate con screenshot modificati…).
Le conclusioni
Il tema è ampio, di stretta attualità, e soggetto a evoluzioni continue. È stato fondamentale mettere sul tavolo i problemi perché si inizi a ragionare sulle soluzioni che non possono non partire da un dialogo aperto fra le piattaforme e il mondo del giornalismo, una collaborazione che può essere proficua per entrambe le parti e, in definitiva, per le nuove generazioni che devono avere una buona informazione anche sui media che ritengono più congeniali alle loro abitudini.





