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SERIE A, ANNO ZERO: SI RIPARTE SOLO CON GIOVANI, SPESE MIRATE E IDEE CHIARE

SERIE A, ANNO ZERO: SI RIPARTE SOLO CON GIOVANI, SPESE MIRATE E IDEE CHIARE

di Dario Santoro

Ussi-AIPS Young Reporters 

Dopo il caso-Juve, le crisi economiche delle big del nord e il divario crescente n la Premier, il nostro campionato deve intraprendere strade più virtuose.

Che si sia arrivati a un punto di non ritorno lo testimoniano i fatti. Basterebbe leggere a quanto ammontano i debiti verso le banche generati dai club (non solo italiani) per capire dove sta sprofondando il nostro calcio. Nel 2022 l’Italia è al terzo posto nella classifica dei club più esposti, dietro Spagna e Inghilterra ma senza averne la stessa forza economica, con 1,968 miliardi di euro. Inter e Roma hanno fatto anche peggio dell’anno prima, i nerazzurri con debiti per 390 milioni (+77) e i giallorossi con 223 milioni (+45 milioni) ma non stanno molto meglio la Juventus – 223 milioni di euro (-250 milioni) e il Milan – 71 milioni di euro (-25 milioni). Numeri che fanno riflettere e che volenti  o nolenti spingono tutte le società italiane a resettare per intraprendere strade diverse, più virtuose. Fallito il modello-Juve, affondato non solo dai bilanci ma anche dalle inchieste: gli 8,5 milioni di stipendio per Pogba o i 7,5 per Ramsey sono la punta di un iceberg che si è già frantumato.

C’era una volta l’Italia come paese dei Bengodi: dagli anni 80 fino ai primi anni 2000 il nostro calcio era volano dell’economia e rastrellava successi ovunque. Con la riapertura delle frontiere nel 1980 la serie A era diventata l’America del pallone. Non c’era un campione che non venisse a giocare da noi: Maradona, Platini, Zico, Falcao, Cerezo, Rummenigge, Socrates e così anche successivamente con gli olandesi del Milan e i tedeschi dell’Inter. Potevamo gonfiare il petto per i trionfi in Europa (nell’89 Coppa campioni al Milan e coppa Uefa al Napoli) e finanche sfoggiare una finale di Champions tutta italiana, Milan-Juventus a Manchester (con l’Inter eliminata in semifinale dai rossoneri). Il trionfo Mondiale della nazionale nel 2006 a Berlino segna l’inizio della fine. In poco più di 15 anni, da Calciopoli in poi, crolla il castello.

L’ILLUSIONE DELLE PAY-TV: UNA MINIERA D’ORO IN LENTO ESAURIMENTO.

Per capire come si è arrivati a tutto questo facciamo un passo indietro e parliamo di diritti tv.

Per tre anni, dal ’93 al ’96, la prima pay-tv italiana ebbe la possibilità di trasmettere la Serie A in diretta. Su TELE+ veniva mandata in posticipo serale in onda una partita a settimana del campionato. Fino al 1999 TELE+, grazie al lancio della sua piattaforma satellitare, si garantì un maggiore numero di canali e la possibilità di mandare in onda tutte le partite di Serie A.

Dal duopolio Sky-Mediaset, all’avvento dello streaming con DAZN

Dopo quattro anni, complici le difficoltà economiche di TELE+, nacque SKY, emittente che già operava con successo in altri paesi stranieri, Inghilterra in primis, di cui Murdoch era azionista di maggioranza. Nel 2003, con una mossa piuttosto avventata, nacque anche il consorzio “Gioco Calcio”, voluto fortemente della Lega Calcio, che acquistò i diritti televisivi interni di club di secondo piano sulla piattaforma Stream. La neonata emittente, però, ebbe vita breve e non riuscì a concludere la stagione 2003/2004.

Dal 2004 al 2018, SKY riuscì a trasmettere l’intera Serie A tramite il satellite, mentre sul digitale terrestre prima Mediaset Premium e poi Dahlia TV hanno provato a sfondare ma invano con il calcio a pagamento.

La vera rivoluzione, il preludio a quello che stiamo vivendo in questi mesi, avvenne tre anni fa, con l’acquisizione al diritto a trasmettere tre partite in esclusiva da parte di DAZN.

Quest’ultimo, da agosto 2021, è poi diventato il broadcast di riferimento del campionato italiano di calcio, trasmettendo tutte le dieci partite di ogni singola giornata e sole tre in co-esclusiva con SKY.

NUMERI IN NETTO CALO: LA SERIE A PERDE MILIONI DI EURO E ABBONATI. Il primo anno di diritti esclusivi della Serie A su DAZN si può ormai dire che è stato un totale fiasco. Gli abbonamenti non sono mai davvero decollati (complice anche la pirateria in streaming) la Serie A ha perso il 30% degli ascolti, la piattaforma digitale ben 70 milioni di telespettatori rispetto a Sky nella stagione 2020/2021 (-38%). Per Dazn sono state rilevate 1,4 miliardi di perdite nel 2020 e poco meno di 2,2 miliardi di euro nel 2021, portando a 5 miliardi il rosso accumulato negli ultimi tre esercizi.

L’ATTUALE RADIOGRAFIA SULLO STATO DI SALUTE ECONOMICO-FINANAZIARIA DEL CALCIO ITALIANO.

Il vero problema in questi mesi, soprattutto post Covid, è la mancanza di liquidità per i vari club di calcio italiani. Per quanto riguarda la Serie A sono stati persi 754 milioni di euro e negli ultimi 10 anni i debiti sono raddoppiati: la pandemia ha destabilizzato un sistema che già era squilibrato; l’indebitamento complessivo dei club italiani è arrivato a 2.8 miliardi di euro. Tuttavia ci sono società, modello di riferimento, come l’Atalanta, Napoli, Cagliari e Verona che riescono a mantenere, seppur con difficoltà, i conti a posto. Al 30 Giugno 2020, soltanto 3 squadre di Serie A non avevano debiti bancari e queste erano Cagliari, Fiorentina e Napoli.

Settori giovanili: gli esempi di Atalanta e Torino

Oggi una società, ad esempio l’Atalanta presa come modello di riferimento, vive di 3 voci di fondamentale importanza per l’esistenza e il suo ciclo economico e finanziario: a) diritti tv : l’80% degli stipendi che una società paga ai suoi calciatori deriva dagli incassi dei diritti televisivi; b) piazzamento in Champions: ottenere liquidità immediata, grazie ai soldi della UEFA, per fare mercato e risanare i debiti di stagione; c) plusvalenze: fondamentali per una società per rimettere a posto i conti, purchè siano veritiere. L’esempio è quello di Kessiè: prima acquistato dall’Atalanta per 4 milioni dal Cesena e poi, dopo averlo valorizzato nel tempo, venduto al Milan per 24 milioni di euro (+20 di plusvalenze iscritte a bilancio). L’Atalanta ha anche sempre investito nel settore giovanile: un progetto a medio-lungo termine che richiede tanti sacrifici e tanto lavoro dietro; puntare sui giovani significa investire nelle strutture, nelle risorse umane e nelle competenze specifiche. In passato, con la supervisione di Mino Favini, dal settore giovanile bergamasco sono usciti tanti talenti che, venduti alle big, hanno arricchito il club (Tacchinardi, Morfeo, i gemelli Zenoni, Zauri, Pelizzoli, Donati, Pazzini, Montolivo, Bonaventura, Caldara, Conti, Gagliardini).

Negli anni 80 curare il settore giovanile era un obbligo o quasi, si pensi al vivaio del Torino dove il “mago” Sergio Vatta crebbe giocatori come Lentini, Cravero, Fuser, Vieri, Mandorlini, Cois, Pancaro, Rambaudi, Dino Baggio. Oggi solo la Juve, col modello Next Gen dell’Under 23, sta vedendo i frutti con i vari Miretti, Fagioli, Illing Jr e Soulè.

IL TETTO AGLI INGAGGI, LA POLITICA DEL NAPOLI

Il calcio va ripensato e, il Barcellona, è stata la prima big europea a segnare una sterzata prepotente in questo senso. Da tempo si parla di salary cap, ossia di un tetto agli stipendi dei calciatori, sul modello degli sport americani, come il basket o il football. Un tetto al monte ingaggi collettivo che nessuna squadra può superare, pena forti sanzioni e squalifiche.

Salary cap in Serie A. Dalla stagione 2023/24 si potrà spendere per acquisti e stipendi solo l’80% dei ricavi, pena il blocco delle trattative. Le plusvalenze potranno correggere l’indice. La prima squadra in Italia ad aver però già anticipato i tempi è il Napoli che dall’estate 2022 non ha rinnovato alcuni dei contratti ai suoi top player in scadenza: da Insigne, il suo ex capitano; Mertens il talento belga ormai legatissimo a Napoli; il portiere Ospina e il comandante della difesa Koulibaly ceduto sul mercato per evitare di perderlo poi a zero. La rifondazione di De Laurentiis è iniziata prendendo giocatori giovani- grazie al lavoro dello scouting sempre più accurato, prerogativa anche, ad esempio dell’Udinese -a costi contrattuali non eccessivamente onerosi, per abbassare drasticamente il monte ingaggi della rosa, tenere i conti in regola e aprire un nuovo ciclo che al momento sta facendo ben sperare. Insomma la serie A anno zero deve ripartire da tutto questo: settori giovanili, stadi da rimodernare, tetto agli ingaggi, scouting accurato, riduzione generale dei costi ed intraprendere una via virtuosa che non significa ridimensionamento tecnico ma diversa gestione delle forze e delle idee.

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