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SILVANO TAUCERI: Elia Pagnoni lo ricorda così (da: ilgiornale)

SILVANO TAUCERI: Elia Pagnoni lo ricorda così (da: ilgiornale)

nella foto la copertina di un suo libro
da: ilgiornale di ELIA PAGNONI

Silvano Tauceri ha chiuso il computer. Lo Sport del Giornale piange una delle sue firme più fedeli, socio fondatore con Indro Montanelli, che se lo portò qui dal Corriere nel ’74, capace di congedarsi dai lettori poco più di un mese fa, a 90 anni portati brillantemente, con uno splendido ricordo di Gino Palumbo, che fu suo caporedattore proprio in via Solferino negli anni Sessanta, pubblicato nella nostra serie sui “Campioni delle parole”. Tauceri, triestino purosangue, nato il 20 agosto del ’27, ma trapiantato a Milano da sessant’anni, va invece inquadrato tra i campioni dei numeri, delle statistiche, del lavoro di redazione, senza dimenticare però che per anni è stato anche campione del calciomercato, oltre che cronista di Inter e Milan, dove lo legavano le forti amicizie col clan dei triestini (Rocco, Maldini, Cudicini), amante del calcio ma anche dello sci, che aveva seguito ai tempi della valanga azzurra, e del tennis che gli aveva permesso di raccontare proprio per il Giornale, in tandem con Mario Cervi, la storica vittoria di coppa Davis a Santiago. La sua passione per lo sport, ancor prima che per il giornalismo, l’aveva portato a giocare a calcio nelle giovanili della Triestina, a tennis, che ha praticato fin oltre gli ottant’anni anche ai campionati internazionali dei giornalisti, e addirittura sui campi di baseball dove giocò persino qualche partita in serie A con il Trieste nei primi anni Cinquanta, ai tempi pionieristici di questo sport arrivato in Italia con i soldati americani. E proprio con i militari Silvano iniziò anche la sua carriera giornalistica collaborando dal 1947 con Radio Trieste anglo-americana. Ebbe così modo di vivere da cronista gli anni più difficili della sua città, dilaniata tra alleati e jugoslavi, con tutti i tormenti del Dopoguerra, tanto che una volta, mentre viaggiava in Istria su un camion militare, rischiò addirittura la pelle. L’esperienza alla radio gli aprì le porte della carta stampata, così passò al Piccolo nel 1953 prima del grande salto a Milano, chiamato alla redazione sportiva del Corriere della Sera nel 1963. Nel ’74 è invece tra i seguaci di Montanelli nella nuova avventura del Giornale e sarebbe una delle firme del primo numero del 25 giugno, se un inconveniente tecnico (il dimafonista di turno, non ancora pratico dei nuovi mezzi, perse la registrazione dell’articolo dettato telefonicamente) non avesse vanificato il suo lavoro da primo inviato della nostra redazione a un Mondiale di calcio, quello tedesco appunto di quell’anno. D’altra parte erano tempi in cui, senza cellulare, non era facile rintracciare un inviato in Germania e così i suoi racconti sugli azzurri partirono dal giorno seguente. Silvano, in oltre settant’anni di giornalismo, ha avuto la fortuna di vivere tutta la trasformazione del nostro mestiere. Da quando i telefoni erano ancora appesi alle pareti e per fare un’interurbana bisognava passare dalla centralinista della Stipel, al mondo di internet e delle email che il novantenne Tauceri usava con assoluta disinvoltura. D’altra parte una delle sue grandi passioni era sempre stata la statistica (teneva aggiornati tutti i numeri del campionato di calcio) e il computer era stato subito il suo grande alleato. Al Giornale era anche l’uomo dei menabò (il disegno delle pagine), seduto al tavolone ad armeggiare righe e righelli, quando la parte grafica dei giornali era ancora molto fai da te. Poi, una volta pensionato, passando attraverso la direzione di alcune riviste di tennis e di motonautica e lavorando anche per l’ufficio stampa di Italia ’90, era rimasto prezioso collaboratore del Giornale, entrando anche nel “trio della domenica” con Carlo Monti e Zelio Zucchi, i rinforzi preziosi che venivano ad aiutarci per far uscire le pagine di Sport del lunedì, molto più abbondanti rispetto alla routine settimanale. Negli ultimi anni si è dedicato con passione alla serie B, dove sperava che tornasse la sua Triestina, senza perdere d’occhio gli arbitri e i rigori (le sue ultime telefonate erano dei lunghi commenti al Var…) e tutto quanto poteva fare statistica legata al calcio, argomento che aveva trattato anche in un paio di libri. Ma non più di tre anni fa, si era concesso anche di mandare in libreria una spy-story (Trieste connection) ambientata nel capoluogo giuliano. Un atto d’amore verso la sua città. Dove ora, spento il computer, tornerà per sempre.

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