Gli atleti-eroi vittime del nazismo, le storie e le imprese – dai campi di calcio e dalle palestre ai campi di sterminio

di Tonino Raffa – già inviato di “Tutto il calcio minuto per minuto”
E siamo arrivati al giorno della memoria. Coincide con il bruciante ricordo delle ferite e della barbarie che il nazismo impose anche al movimento sportivo e ai suoi protagonisti. Ottantuno anni dopo l’entrata dell’Armata Rossa ad Auschwitz che segnò la fine dell’olocausto, si coglie oggi un clima diverso. Nel quale, insieme con il riemergere di qualche rigurgito antisemita, è diffusa la sensazione che la sicurezza globale sia sempre più a rischio. Dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente alle tensioni tra le grandi potenze, dalla repressione in Iran e in Siria ai dubbi sulla stabilità del Venezuela post-Maduro, dalla competizione artica in Groenlandia alle incognite legate alla guerra sui dazi. Ma nulla può scalfire il ricordo degli esempi di coraggio, di generosità, di lealtà, di altruismo e di sacrificio eroico che dal mondo dello sport arrivarono in quella fase storica che rappresentò la notte più buia dell’umanità. Quei momenti drammatici sono stati raccontati anche da prestigiose firme del giornalismo sportivo, che hanno illustrato non solo l’orrore delle camere a gas ma anche le attività agonistiche nei lager con i loro aspetti disumani di crudeltà e di tortura: Ci viene incontro in questo senso l’ultimo libro di Gino Cervi dal titolo “Storie dei giusti dello sport”, appena uscito per le edizioni Mimesis, con prefazione di Gabriele Nissim. Un’opera di quattrocentoquaranta pagine, quasi una piccola enciclpedia, per raccontare le storie di atleti ed atlete che hanno infranto il luogo comune secondo il quale lo sport deve restare un mondo a parte, fine a sè stesso, e chi lo pratica deve rimanere indifferente di fronte a tutto ciò che lo circonda. Il libro si occupa anche dei tanti “Giusti tra le Nazioni”, cioè di quanti hanno dato il loro contributo di solidarietà e di coraggio salvando migliaia di ebrei dalla deportazione e della morte. La galleria dei protagonsti si apre con Matthias Sindelar, Gino Bartali, Arpad Weisz e Peter Norman. In tutto trentatrè storie di chi, attraverso lo sport, ha detto no alle ingiustizie, alle violenze e alle discriminazioni. Un capitolo a parte è dedicato alle atlete afghane in fuga dal regime dei talebani.Tocca a tutti noi il dovere di ricordare, in questa ricorrenza, gli effetti che ebbero in Europa le leggi razziali, scattate quasi in concomitanza con le Olimpiadi di Berlino del 1936. Il trionfalismo con cui la Germania di Hitler celebrò quella edizione dei Giochi, sottaceva l’espulsione da palestre, piscine e campi di gioco di atleti di orgine ebraica. Stessa sorte toccò a giornalisti sportivi, tecnici, allenatori e dirigenti di squadre di diverse discipline. Emblematica la vicenda di Sinderlar, talentuoso centravanti della splendida nazionale di calcio austriaca degli anni trenta, soprannominato “cartavelina”.per il suo fisico esile. Quando i tedeschi decretarono l’annessione dell’Austria alla Germania (in seguito all’Anschluss) con l’obiettivo di vincere i mondiali del 1938, Sindelar si rifiutò di indossare la maglia della nazionale tedesca : non la sentiva sua. E al Prater, nella partita “amichevole” (chiamiamola così) tra le due rappresentative, che avrebbe dovuto sancire la fusione dei due team, rifiutò di obbedire al protocollo che prevedeva il saluto fascista verso Hitler e i gerarchi presenti in tribuna. Alcuni mesi dopo venne trovato morto assieme alla compagna nella sua casa di Vienna. Le circostanze non furono mai chiarite. La versione ufficiale attribuì il decesso alle esalazioni di una stufa. Ma i sospetti rimangono ancora oggi.
Un’altra storia atroce che lega il calcio alla Shoah è quella Arpad Weisz, allenatore ungherese di origine ebraica morto ad Auschvitz nel gennaio del 1944, dopo aver vinto tre scudetti in Italia, il primo con l’Ambrosiana Inter gli altri due con il Bologna. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali del 1938, il tecnico cercò rifugio prima a Parigi e poi in Olanda , ma, in seguito all’occupazione tedesca, fu arrestato e deportato insieme con la moglie e i figli, prima a Westerbork poi ad Auschwitz dove tutti trovarono la morte. La vicenda Weisz è mirabilmente ricostruita in un libro di successo firmato dal collega Matteo Marani, ex direttore del Guerin Sportivo e di Sky sport e oggi presidente della Lega Calcio di serie C.
In un campo di concentramento diverso, quello di Mauthausen, in Austria, morì nell’agosto del 1944 Carlo Castellani, l’attaccante più prolifico nella storia dell’Empoli. Originario di Montelupo Fiorentino, durante un rastrellamento i nazisti ordirono una trappola : invitarono il padre a presentarsi in caserma per una formailità burocratica. Il papà era ammalato e Castellani si offrì di andare al suo posto. In quel momento firmò la sua condanna a morte. Caricato su un carro bestiame alla stazione di Santa Maria Novella, venne trasferito nel sottocampo di Gusen dove morì di stenti tre mesi dopo. A lui sono intitolati gli stadi di Empoli e Montelupo.
Da Mauthausen (e poi da Gusen) riuscì invece a tornare a casa vivo un altro calciatore di valore come Ferdinando Valletti. La sua storia incredibile risale al marzo del 1944 ed è raccontata dalla figlia Manuela in un libro appena uscito, dal titolo “Deportato I 57633 voglia di non morire”. Operaio dell’Alfa Romeo, Valletti decise di ribellarsi alle angherie degli occupanti.e scese in piazza per scioperare insieme con altri ventuno compagni di lavoro. Il giorno dopo venne arrestato senza alcuna spiegazione dalla polizia politica della Repubblica sociale Italiana, consegnato alle SS e incarcerato a San Vittore. Poche settimane dopo venne caricato su uno dei treni che partivano dal famigerato binario 21 della stazione di Milano per finire nel campo di sterminio, dove, in condizioni estreme, venne utilizzato per scavare gallerie. Un giorno, però, un ufficiale tedesco chiese ai prigionieri se qualcuno sapesse giocare a calcio, perchè anche in quel luogo di sofferenza i torturatori giocavano tra loro per combattere la noia. Valletti, molto indebolito dalla prigionia e marchiato con il numero I57633, si fece avanti e, tra l’incredulità generale, rivelò di aver giocato nel Milan per due stagioni e di aver indossato anche la maglia dell’Hellas Verona. Fu messo alla prova. Un test terribile perchè sapeva di giocarsi la vita. Calciò il pallone di cuoio a piedi nudi sul terreno ghiacciato. Lo fece benissimo, sotto gli occhi dei suoi carnefici. Da quel momento non lavorò più nel gruppo delle gallerie, ma venne trasferito in cucina per lavare i piatti. Ma con il vantaggio di stare al caldo e di nutrirsi con gli avanzi di cibo che, con le dovute precauzioni, portava anche ai suoi compagni. Quando il campo di Mauthausen venne liberato il 5 maggio del 1945 dalla terza Armata statunitense del generale Patton, Valletti era tra i pochi sopravvissuti: Una volta tornato a Milano gli venne riconosciuta la qualifica di partigiano combattente e cominciò a tenere conferenze nelle scuole con l’associazione degli ex deportati. A differenza di tanti altri, si era salvato perchè sapeva giocare a calcio.
Chi non si salvò fu invece uno dei più grandi pugili italiani appartenente ad una famiglia di origini ebraiche : Leone Efrati (soprannominato “Lelletto”), che nel 1938 affrontò a Chicago Leo Rodak per il mondiale dei pesi piuma. Avrebbe potuto restare negli Usa e guadagnare parecchi quattrini. Fece invece ritorno a Roma per stare vicino ai suoi, affrontando i lavori più umili, facendo anche il venditore di noccioline. Decisione fatale perchè finì anche lui su un vagone piombato diretto ad Auschwitz. Lì i suoi aguzzini lo costrinsero a combattere con altri pugili e Kapò, prima di essere picchiato a morte e scaricato in un forno crematorio per essersi ribellato alle violenze che erano state inflitte a un suo fratello. Più nota la grande storia di altruismo scritta da Gino Bartali il cui nome figura nel “Giardino dei Giusti delle Nazioni” a Gerusalemme. Sul finire del 1943, ricevette una telefonata dal Cardinale di Firenze Elia Dalla Costa : convocazione urgente in Arcivescovado. Inforcò la bicicletta e si precipitò nella sede di Piazza San Giovanni, facendo lo slalom tra le macerie provocate dai bombardamenti. Il porporato spiegò a “Ginettaccio” il piano concordato con un frate francescano per salvare molti ebrei che si erano rifugiati nei conventi. La strada era quella di allestire ad Assisi un centro di produzione di documenti falsi. Detto e fatto. Tuttavia si poneva il problema di come far arrivare clandestinamente le fotografie degli ebrei da Firenze fino alla città di San Francsco e come poi riportare indietro le carte d’identità contraffatte. Chi meglio di Bartali, che nella prima parte della guerra aveva attraversato in bicicletta tutta la Toscana come portatore di ordini per i comandi militari? Adesso doveva correre per portare altri documenti che i militari non dovevano vedere. Conosceva bene la rete stradale, anche le vie meno battute, perchè i suoi allenamenti lo avevano portato ovunque Adesso poteva continuare ad allenarsi e, nel contempo, contribuire a salvare dalla persecuzione centinaia di persone. Certo, Bartali avrebbe messo in pericolo se stesso e la sua famiglia. Se fosse stato scoperto avrebbe rischiato la fucilazione. Lui non esitò un istante e tirò fuori una battuta delle sue : chi può fermare un campione che si allena per il Giro d’Italia e per il Tour? Lo fermarono qualche volta, ma, per fortuna, non smontarono il tubolare della bici, dentro il quale erano custoditi i documenti.
Storie e vicende da non dimenticare. Spiegano bene cosa era lo sport nei lager. Era il contrario di ogni ideale di fratellanza, di uguaglianza e di aggregazione sociale. L’esaltazione della vigoria fisica, su cui poggiava la teoria della supremazia della “razza ariana”, contrastava drammaticamente con lo strazio dei corpi documentato dalle truppe alleate dopo la liberazione di Auschwitz, Dachau, Mauthausen, Gusen e Monowitz. Riflettere non è sbagliato. .



