
Di Tonino Raffa già inviato di Tutto il calcio minuto per minuto
Ora che la salma di Sandro Mazzola è stata tumulata nel cimitero di Vadano al Lambro, dopo i funerali celebrati da Monsignor Faccendini nella basilica milanese di Sant’Ambrogio, un interrogativo affiora in tutti noi : come si misura la grandezza di un mito del calcio nel giorno dell’addio? Contando i trofei e le vittorie (quattro scudetti, due coppe dei campioni e due intercontinentali, un campionato europeo, un titolo di vice-campione del mondo), oppure i gol (162 in 570 partite in maglia nerazzurra), oppure ancora misurando la sua empatia e la sua umanità? Nel caso di Sandrino tutti questi elementi coincidono alla perfezione ed aumentano il rimpianto. La commozione che ha accomunato l’intero Paese, culminata nel brivido corale che ha pervaso lo stadio Olimpico prima della sfida al vertice tra la sua Inter e la Roma di Gasperini e poi durante la cerimonia funebre, ha confermato che nessuno muore sulla terra finché vive nel cuore di chi resta. Con buona pace di quei poveri ignoranti della curva juventina, protagonisti di un comportamento inqualificabile in occasione del minuto di raccoglimento che ha preceduto la gara con l’Atalanta.
Nel cuore di tutti noi, invece, restano in primis i ricordi personali. Pochi conoscono un altro motivo di orgoglio che ha accompagnato l’esistenza di Mazzola : fu il primo opinionista italiano in un campionato del mondo, quando ancora l’utilizzazione di una “spalla” nelle trasmissioni sportive non era balenata nella mente di nessuno. Conclusa la carriera agonistica nel 1977, la Rai gli propose di aggregarsi al gruppo di inviati in partenza per la rassegna iridata del 1978 in Argentina. Il capo del pool sportivo Radio, Guglielmo Moretti, avrebbe voluto riproporre al microfono, nelle partite della nazionale azzurra e negli altri incontri di cartello, la staffetta con Rivera. L’asso milanista declinò l’invito per impegni familiari e la scelta del secondo opinionista cadde su Gigi Riva. “Rombo di tuono” venne affiancato ad Enrico Ameri, mentre Sandrino operò quasi sempre accanto ad Ezio Luzzi, come racconta quest’ultimo nel suo libro autobiografico (“Tutto il mio calcio minuto per minuto”) uscito nel 2021. L’attività di commentatore tecnico di Mazzola proseguì, tra Radio e Tv (con una breve parentesi a Telemontecarlo), fino al 2015. Come prima “seconda voce” della storia raccontò i mondiali vinti dall’Italia nel 1982 a Madrid e nel 2006 a Berlino, la delusione di Italia ’90, la finale di Los Angeles nel 1994. Un particolare che gli faceva onore : prestava la sua attività senza aver firmato un contratto. La Rai pagava solo le spese di viaggio e soggiorno. Bene ricordarlo, con i tempi che corrono. Nelle sue confidenze in privato due vicende che confermano lo splendore della persona. Da bambino amava ovviamente il Torino, la squadra del papà Valentino, sparita con la tragedia di Superga. Finì per essere conquistato dall’Inter di Angelo Moratti, il giorno in cui Benito Lorenzi, andò a trovare la famiglia e portò in dono, per Sandro e per il fratellino Ferruccio, un pallone, due paia di scarpe e due magliette nerazzurre. Diventarono le mascotte dell’Inter, andavano a bordo campo e quando la squadra vinceva il presidente assegnava il premio partita anche a loro! Lo faceva per aiutare a vivere una famiglia in evidenti difficoltà dopo Superga. Bisognava essere grati.
L’altro episodio riguarda la finale di Coppa Campioni vinta nel 1964 al Prater di Vienna (con una sua doppietta) contro il grande Real Madrid. Al termine della gara il giovane Sandro chiese la maglia al grande Di Stefano. Don Alfredo, forse ancora deluso per la sconfitta, esitò. Intervenne un altro mito : Ferenc Puskas. Avvicinò Mazzola e gli consegnò in ricordo la sua “Camiseta” : “tieni, ho giocato anche contro tuo padre ed è stato un onore”. Storie straordinarie di un calcio che non c’è più.




