
di Alberto Bortolotti
Di quella generazione e di quel centrocampo azzurro sontuoso ho conosciuto quattro
giocatori su cinque, Sandro Mazzola meno, solo in occasioni un po’ formali (dopopartita, conferenze stampa). Con De Sisti ho passato una piacevole serata romana, prima degli Europei vinti dalla squadra del Mancio, organizzata proprio da Ussi: arrivò in Panda, la sistemò di fianco a Maserati e Bentley da Dolce Vita capitolina. Totò Juliano ha giocato a Bologna, con Gianni Rivera c’è stata confidenza, l’ho perfino seguito in alcuni suoi excursus politici, e di Bulgarelli (Giacumèn) ero amico. In 50 anni di tv territoriale, che compio quest’anno, non mi è mai capitato che un ospite si auto invitasse per tutelare la società verso una contestazione. Il dg del club felsineo, proprio lui, un santino a cui si era aggrappata una pencolante proprietà negli anni ’80, suonò il campanello e disse semplicemente “mè a san qué”. Prima di distruggere il Bologna passerete sul mio cadavere.
Proprio Giacomino mi raccontò che la nascita dell’AIC, il sindacato dei calciatori, era dovuta certo alla notorietà del Golden Boy rossonero – suo mentore in vari tentativi di portare il numero 8 petroniano a Milanello, tutti abortiti nel finale -, allo spirito di servizio dei più famosi e “ricchi” (rispetto ad adesso, roba da ridere) giocatori che si battevano per i più umili, ma l’abnegazione del figlio del Mito (Valentino Mazzola) fu decisiva, oltre alla perizia e competenza legale dell’avvocato Campana (ex rossoblù pure lui).
Ancora Bulgarel su Sandrino Mazzola: “diceva che essere interista vuol dire soffrire,
vedere sfuggire trofei dati per vinti e agguantarne alcuni pensati impossibili: nella maglia nerazzurra c’è il nero della delusione, ma c’è il colore azzurro che brilla insieme a una stella. Pochi giorni prima dello spareggi scudetto a Roma, giugno ’64, vinsero la Coppa Campioni a Vienna sul Real Madrid. E lui commentava così: i blancos erano la mia squadra dei sogni: segnai due reti in quella splendida ed indimenticabile serata a Vienna”.
Ricorda il collega Carlo Bianchi: “anche se sconfitto, il mitico Di Stéfano gli si avvicinò dicendogli che assomigliava proprio a suo padre. E lui la prese tanto alla lettera che una volta vinto tutto con l’Inter con la sua numero otto, ma praticamente facendo il centravanti aggiunto assieme agli Hitchens, Milani, Cappellini, Boninsegna e compagnia si mise in testa di giocare venti metri più indietro per emulare appunto la posizione in campo e le gesta dell’asso argentino”. A Moenchengladbach regala allo stesso collega, collezionista, il gagliardetto del Borussia appena ricevuto in dono dai dirigenti tedeschi. Tutto ciò in spogliatoio a mezz’ora dal fischio di inizio!
“Gamb de seler”, gambe di sedano (così lo chiamavano a inizio carriera nelle case di
ringhiera meneghine), ha superato i suoi limiti fisici ed è entrato nel Pantheon azzurro. Un signore, dopo essere stato un campione.




