Già prima – prima di questa pandemia che ci ha offeso fisicamente e mentalmente – il livello di fiducia reciproca raggiungibile in questa nostra vita sociale non era un gran che. All’incontro casuale si guardava innanzitutto con sospetto e ci voleva un po’ – a volte anche un “bel po’” – perché ci si rendesse disponibili gli uni agli altri.
Lo sport in genere e il calcio in particolare – in quanto sport planetariamente diffuso e sport collettivo, intrinsecamente cooperativo – costituivano “isole felici” entro le quali – almeno a certi livelli – le dure leggi dell’economia non valevano o valevano fino ad un certo punto. Uno dei pochi contesti al mondo dove l’etica (ogni tanto, magari si potesse dire “sempre”) prevaleva – auspicabilmente. Uno dei pochi contesti al mondo dove la comunicazione tra le persone è strettamente funzionale al risultato finale.
Ora, le cose si prospettano diversamente. Comunicazioni via cellulare, lezioni e conferenze telematiche, distanziamento sociale, mascherine, guanti, disinfettanti costantemente a portata di mano, controllo severo della propria gestualità, paura, focalizzazione dell’attenzione a se stessi modificano radicalmente le nostre interazioni. Proviamoci a fare il conto di cosa perdiamo.
Il rapporto visivo, per esempio, è una conquista culturale. Poterci incontrare vis à vis, faccia a faccia, è un primo passo verso condivisioni più importanti – nell’iconologia della mia infanzia, il fazzoletto sul volto era quello del “bandito”. A seconda dell’andamento dell’interazione, poi, la distanza tra le persone cambia – è un’esigenza vissuta inconsciamente -, a volte accorciandosi fino a coinvolgere il tatto, a volte allungandosi fino a poter vedere la figura intera del nostro interlocutore.
L’espressione del viso – e non solo lo sguardo -, poi, manifesta il fluire dei nostri stati emotivi e, pertanto, costituisce segnali determinanti per il prosieguo della relazione. Dietro la mascherina e mantenendo una presunta (ahinoi, di certezze in proposito non ce n’è) distanza di sicurezza, grana della voce e toni vanno a omologarsi. Le nostre comunicazioni tenderanno ad abbreviarsi – a volte fino al cosiddetto “minimo indispensabile” che, invece, ai fini di una comunicazione che voglia andare a buon fine è dispensabilissimo, perché il successo di una comunicazione – lo sappiamo – è affidato, soprattutto, ai tanti linguaggi complementari con cui accompagniamo la parola.
Pandemia, poi, già come concetto fa paura – quel “pan” iniziale sta per “tutto e tutti”, come se nessuno potesse esentarsene. E dalla paura non viene mai niente di buono per le relazioni umane. O si fugge – e, allora, addio relazione. O si aggredisce – e, allora, è la fine di quel delicato equilibrio tra egoismo e altruismo costruito da millenni di evoluzione della specie umana. Come se l’unica legge fosse quella del più forte – del più adatto, del più furbo. La paura, poi, induce ad un sovraccarico di attenzione a se stessi. L’essere umano fa tante cose senza sapere di farle – la maggior parte di ciò che fa non sa di farla: pensa, raccorda i propri pensieri con il proprio linguaggio, si muove, metabolizza, respira ma non tiene sotto il proprio diretto controllo tutte queste attività. Si pensi soltanto al respiro – punto nevralgico del nostro rapporto con il virus: nel momento in cui gli rivolgiamo tutta la nostra attenzione è un attimo e già si traduce in “sintomo” – un sintomo da monitorare costantemente e da correlare ad altri dati, come la temperatura corporea. L’attenzione a sé diventa ossessione e tutta la nostra disponibilità alla relazione con altri svanisce. Ci si deprime, paradossalmente, ci si ammala nella paura della malattia stessa.
Fermo restando, allora, che ancora a lungo – speriamo il meno possibile – si debba rimanere e alla meno peggio andare avanti in queste condizioni, cosa possiamo fare ? Come sopperire a quanto si perde ? Mi viene in mente quanto hanno osservato gli etologi analizzando i comportamenti di animali geneticamente vicini agli esseri umani: quando si trovano in difficoltà – per esempio, nel sovraffollamento e nello spazio troppo ristretto per l’estrinsecazione della loro vita sociale – aumenta sensibilmente la loro attività di “grooming” – che, nel caso dei primati, significa semplicemente “spidocchiamento”, ma che, nel caso nostro, può significare l’aumento dell’affettività o la necessità di ratificare l’altro confermando il legame sociale più spesso e più apertamente di quanto siamo abituati a fare. C’è bisogno di una compensazione. Nel mantenere il suo rapporto con la squadra, l’allenatore se lo ricordi.
* Felice Accame è docente di Teoria della comunicazione al Centro Tecnico di Coverciano e, dal 1990, consulente della FIGC per il Centro Studi del Settore Tecnico.








