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GALEAZZI DAL REMO ALLA TV di Roberto Perrone

GALEAZZI DAL REMO ALLA TV di Roberto Perrone

da: www.ilgiornale.it

Un Bisteccone sulla notizia. Canottiere diventato telecronista, quando molti atleti passavano al giornalismo. Vero, non solo da salotto.
“Andamo ragazzi, la prua è italiana» (Seul 1988, oro di Carmine e Giuseppe Abbagnale e Peppino Di Capua, 2 con). «Vai Antonio, sei il più forte del mondo, andiamo a vincere» (Sydney 2000, oro di Antonio Rossi e Beniamino Bonomi, K2 1000). Come scandiva i colpi dei remi o le pagaiate Giampiero Galeazzi, classe 1946, romano, una laurea in statistica, un mai nascosto tifo per la Lazio, non lo faceva nessuno. Chi non l’ha conosciuto può ritrovarlo su youtube, a commentare le grandi imprese della nostra scuola del remo. La sua voce partiva composta, scandita, proprio come l’azione degli atleti e li accompagnava colpo dopo colpo, facendosi concitata, frenetica, asmatica, esattamente come il finale di una gara quando si va avanti solo con nervi ed emozioni. «Il canottaggio era il mio sport e gli eventi sportivi che ho avuto più piacere di raccontare sono questi». Galeazzi telecronista e inviato storico della Rai è un personaggio del giornalismo sportivo di un tempo in cui molti atleti diventavano giornalisti. Giornalisti, non opinionisti. Con il canottaggio Galeazzi era andato all’Olimpiade di Città del Messico, nel 1968. Divenne popolare come cantore degli Abbagnale e del tennis italiano dell’epoca dorata. Ma tutti lo ricordiamo con il pastrano verde e il cappello a tesa larga che bucava lo schermo dalla Domenica sportiva, proprio come poco prima aveva fatto irruzione in uno spogliatoio o in tribuna d’onore. Galeazzi faceva parte di quella schiatta di grandi telecronisti che ti coinvolgevano con le emozioni. Di queste ti ricordi per sempre, del resto no.
Giampiero ha sempre divorato la vita, in tutti i sensi. Un paio di anni fa mi disse che voleva scrivere una guida gastronomica per i tifosi: dove andare a mangiare vicino agli stadi. La buona tavola è una delle sue passioni. Ogni tanto – noi tossici lo facciamo – si rinchiudeva in un centro benessere. I risultati si vedevano appena e quando ritornava in Rai, la gag era sempre la stessa. «A’ Bistecco’ dove sei stato?». «Da Messegué». «E che, te lo sei magnato?». Nel 2005, a Torre del Greco, per Italia-Spagna di Coppa Davis, alla fine della giornata, incrociammo un cameriere che portava un gigantesco vassoio con una montagna di piatti in equilibrio precario. «Grazie, è per noi?», scherzammo. «Ma no, questa è la cena del dottore Galeazzi».
Per tutti è “Bisteccone”, il giornalista alto e grosso che braccava i campioni e i (sedicenti) vip. Prima, durante e dopo la gara. «Se non hai i campioni, non puoi raccontare nulla, io sono stato fortunato»: grande verità da grande giornalista.
Allora non c’erano sbarramenti, interviste concordate, giocatori e dirigenti scortati da un elemento dell’ufficio stampa, piccola vedetta burocratica pronta a intervenire se le domande risultano insidiose o le risposte ardite. Giampiero era il campione di un giornalismo dove non esistevano messe cantate, zone miste e tabellone degli sponsor, ma ti dovevi conquistare una dichiarazione con scarpe e gomiti. Rimpianti? No, la fotografia di una diversità. Ai tempi di Bisteccone non c’erano quelli che Aldo Grasso ha definito (senza offesa né per gli uni, né per gli altri), lanciando una campagna per liberarli, “i nani da giardino”, cioè gli inviati in collegamento perenne, con ogni clima davanti ai centri sportivi, gli stadi, le sedi delle società, il suddetto tabellone dello sponsor, in attesa dell’intervista programmata. O di nulla.
Anche Galeazzi, comunque, affrontava qualsiasi clima e qualsiasi tipo di servizio. In Islanda per una partita andò a spintonare i colleghi per un servizio sullo storico vertice Reagan-Gorbaciov. A quei tempi, cantava Ivano Fossati, “fare tutto è un’esigenza”. A bordo campo, sotto la pioggia o la neve, innaffiato d’acqua e spumante a ballare con Diego Maradona nello spogliatoio del Napoli, campione d’Italia nel 1987, sull’asfalto innevato dell’anti-stadio di Torino, inseguendo una battuta dell’Avvocato Agnelli. Un formidabile narratore di storie. E quelle che non poteva raccontare in pubblico le riservava a chi gli stava simpatico, in privato. Una notte, a Neuchatel, per uno dei tanti match di Davis seguiti insieme, davanti a un caminetto e a qualche bicchiere di cognac, raccontò di quando Gianni Agnelli lo invitò a cena, nella sua villa in collina. «Eravamo in sette o otto. Passa un cameriere con gli antipasti. L’Avvocato non ne prende e tutti gli altri pure. Io me ne servo due porzioni. Quindi arrivano gli agnolotti, stessa scena. Infine l’arrosto. Nessuno mangia, io sì. Agnelli mi guarda: “Certo che lei ha appetito, Galeazzi”. Poi se ne va a dormire e i commensali si buttano sui vassoi. ‘Sti zozzoni…». Altro pezzo celebre, la storia del viaggio da Napoli (dove era stato ospite del programma “Furore”) a Roma, con Paola Ferrari e suo suocero, Carlo De Benedetti. Si concludeva così: «Arriviamo al loro hotel. Scendono tutti. Io credevo che l’Ingegnere dicesse all’autista: accompagni il dottor Galeazzi. Invece m’ha mollato lì, con la valigetta de’ furore». Per anni, bastava che qualcuno esclamasse, a freddo, «valigetta de’ furore» e si rischiava il collasso dal ridere. Dove risiede la grandezza di un essere umano? Nella capacità di lasciare ricordi. E Giampiero Galeazzi ce ne lascia tantissimi.
di Roberto Perrone
 

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