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Le facce del basket. Una prece per Trapani, dal derby d’Italia escono una gara strabiliante e un incasso davvero di livello europeo

Le facce del basket. Una prece per Trapani, dal derby d’Italia escono una gara strabiliante e un incasso davvero di livello europeo

di Alberto Bortolotti – Consigliere Nazionale Ussi

Ci sono due facce dello sport professionistico, ovviamente quella buona e quella cattiva, ed entrambe hanno incrociato Bologna e Trapani, negli ultimi periodi: due realtà diversissime ma non per ragioni di rivalità, o peggio, di inimicizia. A questo proposito voglio ricordare il ruolo di uno storico membro USSI, Franco Cammarasana, che è venuto personalmente a Casteldebole a ricontattare il suo vecchio sodale Italiano (che in Trinacria ha fatto benissimo, come in Emilia) e sotto le Due Torri sarebbe venuto se gli Shark avessero avuto la forza, la voglia e il comportamento adatto per restare nel mondo dei cesti.

Virtus e Trapani avrebbero dovuto incrociare le “lame” la sera del 4 gennaio, ma non c’è stata nessuna singolar tenzone. Due figure cestisticamente care ai bolognesi, Jasmin Repesa e Amar Alibegovic, se ne erano già andate da tempo da Capo Lilibeo per variegate e ormai palesi inadempienze del club: è stato l’inizio della fine per la gestione Antonini, il segnale inequivocabile che il mondo del basket praticato aveva messo una x su quella realtà, prima che le carte bollate, i contenziosi, le regole di FIP e Lega avviassero in modo non più morbido la ruota della chiarezza, o ti metti in riga o ti escludi da solo.

Ciò ovviamente fa fare al mondo dei canestri una figura barbina, proprio nel momento in cui 11.000 persone affollano l’Arena in fiera per il “derby d’Italia” tra Bologna e Milano, secondo incasso record nella storia della V nera. Antonini, patron della squadra siciliana, solo pochi mesi fa si candidava al ruolo di “terzo incomodo” (suscitando qualche interesse anche di dirigenti noti e momentaneamente privi di scranno, come ad esempio Luca Baraldi) parlando di scudetto e di coppe europee (a una di queste stava partecipando, i vertici non gradiranno affatto un possibilissimo ritiro anticipato). Con Bologna ha avuto altri inciampi: nella finale di A2 del giugno 2024 contro la Fortitudo si è lamentato, nell’ordine, per il catering scarso, i bicchieri di Coca-Cola rabboccati con l’urina (!) e le pizzette immangiabili. Un fil rouge di tale involontaria comicità che sembra scritto dal genio – agrigentino, non lontano – di Luigi Pirandello. Ma quella, seppure di altissimo livello, è finzione teatrale.

Il basket però, come ogni sport, regala anche sul campo momenti epici, perché è davvero raro che una squadra senza lunghi (alla V nera, nel match di Eurolega di venerdì scorso in casa contro Armani, mancavano tutti e tre) riesca a sbriciolare – tecnicamente, fisicamente e motivazionalmente – una corazzata, nel campo, come Milano, che aveva un solo assente “di livello”, ma nel settore opposto, cioè i piccoli, ed era l’argentino Bolmaro. E i momenti epici fanno in qualche modo da contraltare, per fortuna, ai problemi di questa e quella piazza.

Piccola digressione personale, per correttezza verso i colleghi USSI, i lettori del sito e il mondo dei canestri. Il mio non è un giudizio indipendente: non può esserlo, lavoro per Virtus Pallacanestro. Potrei dire mille cose, dalla mia secolare amicizia con il “milanese” Ettore Messina in giù, ma resta un dato: sono dichiaratamente di simpatie virtussine da sempre e ora ci lavoro pure. Non posso affermare di essere in condizione di terzietà, anche se una delle cose che più mi ha dato soddisfazione, all’inizio della mia esperienza in bianconero, è stato il totale rispetto del minuto di silenzio nel nostro impianto per commemorare e ricordare Giorgio Armani e il suo impatto nello sport non solo a Milano ma in Italia e nel mondo.

Perché ci si appassiona ancora? Proprio perché il tasso di imprevedibilità è ancora alto, perché escono talenti senza avvisarti e perché entrano opportunità imprenditoriali talora impensabili. Da queste, per esempio, potrebbe sortire qualcosa di nuovo, cestisticamente parlando, su Roma. Non mi pare, in ogni caso, una occasione da buttare via.

Tutto ciò premesso, tornando alla partita – davanti a una arena straripante e di base correttissima -, questa si è avviata secondo binari prevedibili: Milano controllava e Bologna subiva arrancando, impotente soprattutto per differenza di “tonnellaggio” sotto le plance. Ma nel secondo e terzo quarto un veterano, ex scarpetta rossa, tra l’altro, Daniel Hackett (pelle di colore e treccine rasta su una parlata inconfondibilmente romagnola/pesarese, simpatia e comunicativa naturali), ha suonato la carica. Gli sono andati dietro giovani e meno giovani e l’allenatore – un montenegrino mio coetaneo di grande esperienza e di inconfondibile marchio estetico: un vezzoso codino bianco – non ha chiamato tattiche al risparmio ma ha incitato i contendenti di parte emiliana a continuare a sprintare e sovvertire qualunque pronostico. Da -15 a +15 in pochi minuti, poi il controllo e l’apoteosi. Una sorta di premio di metà stagione per una proprietà attenta e generosa e un gruppo dirigente solido e abituato a non scialare. Due giorni dopo arriva la “ciliegina” dell’inserimento del prospetto, già azzurro, Ferrari, pilotato verso Piazza Maggiore dal tempismo estivo del dg Ronci.

Ho visto la gara di fianco a un monumento del basket nazionale come Pierluigi Marzorati, 14 titoli nella Cantù dei bei tempi più quelli in maglia azzurra. Anche lui comprensibilmente travolto dall’entusiasmo collettivo. Il quale, con me e altri colleghi, ha sottolineato che l’allenatore petroniano ha cercato di “muovere” una situazione compromessa, quello meneghino – già capitano della Virtus quando giocava, vedi tu le congiunzioni astrali – è stato forse un filo troppo scolastico, pensando che sarebbe bastato. Uscirà da questo schematismo, ammesso che sia schematico davvero (a fine gara ha confezionato analisi logiche e gentili). E si ricorderà di una serata in cui è entrato strafavorito ed è uscito borbottando solo “mah….”.

Dice sempre Julio Velasco, “Chi vince festeggia e chi perde spiega”.

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