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RAPPORTI CON LA STAMPA: PILLOLE DI SAGGEZZA di Roberto Beccantini

RAPPORTI CON LA STAMPA: PILLOLE DI SAGGEZZA di Roberto Beccantini

di Roberto Beccantini *

* Giornalista

 Pubblichiamo con piacere il contenuto di un intervento, assai apprezzato, tenuto a Coverciano al corso per Direttori sportivi il 14 ottobre 2014, che riteniamo ancora oggi assai interessante e attuale

** Parafrasando la famosa battuta di Martina Navratilova, «a Est non c’è libertà di stampa, nel calcio non c’è libertà dalla stampa». Voi, però, avete la fortuna che la stampa italiana non è un branco di cani da guardia come, per esempio, i giornalisti inglesi. Siamo spesso dei barboncini, in bilico tra il servile e il servizievole. Chiamateci «dottori», dal momento che siamo generalmente molto sensibili al titolo. In tutti i sensi. Non solo a quello sui giornali, che pure ha la sua valenza. Se ci chiamate «dottori», ci sentiremo gratificati. A cominciare dal sottoscritto, che dottore non è.
** Quando ci sono controversie, mi raccomando: non trasformate un giornalista in martire. Non espelletelo dagli allenamenti. Non infliggetegli una sorta di Daspo, come quello che l’Uefa ha inflitto al nostro presidente federale. Lo trasformerete (il giornalista espulso) in un piccolo totem della libertà di stampa. Se in un servizio, televisivo o scritto, riscontrate intenti o estremi diffamatori, querelate, chiedete rettifiche, patteggiate (o fateci patteggiare). Ma non espelleteci. Faremmo la ola, lo prenderemmo come una medaglia al valore, diventeremmo gli idoli per molti colleghi.
** Savoir faire, faire savoir. Più la vostra società è piccola (come dimensioni, come categoria di appartenenza), più ci sarà l’esigenza di trovare spazio, su internet e sui giornali. Per questo, l’ufficio comunicazioni diventa un settore cruciale. Non dico di non badare a spese (anche perché non vi competono): dico, semplicemente, di non considerarlo un qualcosa di periferico, di riempitivo, di seccante. Al contrario.
** Per coloro che avranno i requisiti e i meriti di svolgere l’attività di direttore sportivo in club medio-grandi, ricordo l’importanza del messaggio. Non che ad altri livelli non sia fondamentale ma ripeto: più si sale più lo diventa. Oggi, per fortuna o per sfortuna, quasi tutto è immagine, quasi tutto è parola, su video o su carta, per internet o per twitter. Qualcuno di voi ricorderà la guerra che scatenò, tra Napoli e Juventus, un banale «antipatico» buttato lì, nel corso di un’intervista, da Claudio Marchisio.
Consiglio la figura del ghost writer, del suggeritore. Il caso Marchisio, ma avrei potuto citarne altri mille, mi ha fatto venire in mente Ted Sorensen, il consigliere che cesellava i discorsi di John Fitzgerald Kennedy. Su tutti, il celeberrimo «Non chiedere cosa il tuo Paese può fare per te, ma piuttosto cosa tu puoi fare per il tuo Paese». Frase che, tra parentesi, si lega benissimo al gergo e, soprattutto, allo spirito sportivo: «Non chiedere cosa la tua squadra può fare per te, ma piuttosto cosa tu puoi fare per la tua squadra». Orbene: quella frase la pronunciò Kennedy, ma la scrisse Sorensen. Così si narra.
** Ho accennato a internet, twitter, instagram, ai social network. Sono diventate belve pericolose. Siate domatori, non sterminatori. Non vanno decimati: vanno, più terra terra, piegati agli interessi e alle esigenze dei singoli e del gruppo. Quando ero ragazzo, Mario Balotelli sarebbe stato pesato, esclusivamente, sulla bilancia delle prestazioni tecniche. Oggi, nel suo caso, le prestazioni tecniche sono paradossalmente l’ultima cosa. La sua persona si regge tutta o quasi sul personaggio. E non viceversa. Penso, a volte, che potrebbe addirittura non giocare: un titolo riuscirebbe a strapparlo comunque.
Ecco: il «modello» Balotelli mi aiuta a ribadire, ammesso che ce ne fosse bisogno, quanto il termine stampa sia diventato un contenitore di troppa mercanzia, di troppi rapporti, di troppi virtuosismi. Fatene buon uso.
** Ahimè, per gli appassionati e, di conseguenza, i giornalisti, il mercato si è trasformato nell’argomento del giorno, della settimana, del mese, dell’anno, viste le voragini aperte dalla sentenza Bosman del 15 dicembre 1995. I rapporti continui con i cronisti porteranno, talvolta, a scambi di domande e risposte, di notizie e, last but not least, di favori. Non avendo mai garantito eroismo e santità non li pretendo. Non voglio nemmeno dissertare di etica, con i suoi codici e, spesso, le sue «etichette». Mi accontento della correttezza. Non so se la correttezza paga o non paga. So solo che la correttezza è «appagante»: gratifica chi corretto lo è, prima di verificare se lo sarà anche l’interlocutore. Cominciamo sempre da noi, quando sdottoriamo di lealtà, di morale.
** Non potrete non convivere con il concetto di bugia. Per un acquisto, per una cessione, per un infortunato. Mi raccomando: non esagerate, anche se capisco che in determinate circostanze la bugia sia quasi indispensabile. E sul mercato, ogni tanto, perfino divertente.
** Per il vangelo siamo e siete tutti uguali. Solo per il vangelo. Strada facendo, vi farete i vostri giornalisti di riferimento, così come noi le nostre fonti confidenziali. Sono rapporti difficili da far passare agli esclusi (tra i cronisti). Dovete essere forti. Dalla categoria più bassa alla serie A più alta. Cambia la forma, il ritorno, l’effetto cassa di risonanza, non la sostanza. Dietro a una frase tipo «la società ha deciso di puntare su Pinco Pallino» c’è spesso una soffiata. E se davvero Pinco Pallino arriverà, il cronista baciato dallo scoop ve ne sarà perennemente grato; i cronisti bocciati dallo scoop ve ne saranno perennemente «ingrati». La carta è forte ma lo spirito debole: mai dimenticarlo.
L’ideale sarebbe che all’origine della corsia preferenziale ci fosse e ci sia la stima. Non solo un reciproco interesse. Lo so di chiedere troppo, ma provateci, e metteteci alla prova.
** Qui entriamo nel mondo dei sogni. A proposito: sognate sempre, anche voi. Magari a occhi aperti, ma fatelo. Il mio sogno è quello di tornare alle abitudini di una volta. Non più interviste deportate, uno per tutti, con l’addetto stampa a controllare il minutaggio e la castità del lessico, ma la possibilità di premiare l’idea del giornalista, in parole povere chi è arrivato per primo su un certo giocatore, su un determinato argomento. Il massimo della «libidine» concessaci è l’intervista esclusiva ma a rotazione: oggi con Caio parla la Gazzetta, domani con Sempronio Tuttosport, eccetera. So che è difficile, ma mi piacerebbe tornare, ripeto, a una sana competizione fra testate e, perché no, fra teste. Così facendo, ci mettereste alla prova una volta di più: non escludo che un cronista che arrivasse sull’obiettivo in ritardo, e dunque si sentisse dire «Spiacente, ma con tizio oggi parla l’inviato di un altro giornale», potrebbe reagire in malo modo, potrebbe aizzare il capo settore se non addirittura il direttore.
Vi capisco: meglio il piattume del pericolo scosse, del rischio di un pepato commento di ritorsione. Colpa nostra. Però, pensateci. Quando c’era questo tipo di rapporto tra società e giornalisti, non è che il nostro calcio andasse poi così male. Che uno dei segreti, forse: e sottolineo forse, non fosse proprio questa vivacità intellettuale di confronti-scontri?
** Banalità: più la società è grande più può fare a meno del nostro assedio. Più la società è piccola più il nostro assedio le sembrerà addirittura piacevole. Nulla di nuovo sotto il sole. E’ la legge della vita, non necessariamente del calcio.
** State attenti a non confondere gli attributi con gli aggettivi. In senso letterale e, soprattutto, nei rapporti con la stampa. Gli attributi dovrete mostrarli, gli aggettivi invece vanno scelti.
** Nei limiti del possibile, e qui mi riallaccio alla proposta delle interviste open, chi arriva primo becca, aprite gli allenamenti ai cronisti. I centri sportivi assomigliano sempre più a cittadelle blindate. Immagino l’obiezione: ma oggi al campo sono decine e decine, fra tv, stampa scritta, internet eccetera. Vero. Non si pretende il contatto quotidiano: si gradirebbe, questa sì, la visione quotidiana di quello che succede. E se capita un diverbio tra giocatori, pazienza. C’è di peggio a questo mondo.

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