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Nel tritatutto del gossip, ovvero del pettegolezzo globalizzato. La riflessione di Felice Accame

Nel tritatutto del gossip, ovvero del pettegolezzo globalizzato. La riflessione di Felice Accame

di Felice Accame *

* Docente di Teoria della comunicazione al Settore Tecnico della Federcalcio di Coverciano, e coordinatore del Centro Studi e Ricerche del Settore Tecnico. E’ autore di numerosi saggi.

L’ibridazione tra sport e spettacolo, si sa, è stata un processo che ha interessato parecchie discipline – come l’automobilismo, il motociclismo, il basket, il ciclismo, il tennis eccetera – e, ovviamente – data la sua rapida diffusione nel pianeta , anche il calcio. Per rendersi conto delle conseguenze è sufficiente dare un’occhiata ai siti internet dei più importanti quotidiani sportivi: a fianco delle notizie tecniche, delle informazioni sportive vere e proprie, sempre più spazio è dato a cantanti, attrici, comici, fin politici e insomma tutti i protagonisti della vita sociale emergente. È da tempo che il gossip nazionale e internazionale – un pettegolezzo ormai globalizzato si incentra sulle modalità con cui questi vari mondi spettacolari interagiscono fra loro in un gioco di rimandi e di citazioni reciproche che hanno l’evidente scopo di produrre e poi vendere, in quanto merce, informazione effimera quando non decisamente informazione “spazzatura”. Si tratta di un ingranaggio che non risparmia nessuno e, tanto meno, gli allenatori che, laddove siano chiamati a operare per società importanti laddove sono chiamati ad allenare giocatori famosi , diventano per ciò stesso ghiotte occasioni di gossip.

Salvarsene non è facile – né, in certe circostanze, neppure auspicabile. Occorre ricordarsi di un aspetto fondamentale – ed estremamente gratificante – del proprio ruolo, quello di guidare altri, di ottenerne la fiducia e di averne la responsabilità. Più si è in alto, poi, e più facilmente si viene a costituire un modello per chi sta in basso. Nel modo come comunica – in televisione, nelle interviste ai media, nei social , nel modo come si mantiene consapevolmente fedele al proprio ruolo – interpretandolo con responsabilità – si giudica lo spessore etico dell’allenatore di calcio. Il mister non è un attore, non è un cantante alla moda, non è un intrattenitore, non è un comico. Nella confusione mediatica non può accettare di trasformarsi in altro da sé pur di emergere a tutti i costi, perché questi costi li pagherebbe l’intero movimento calcistico di cui l’allenatore fa pur sempre parte.

Quando dico che in certe circostanze – entro limiti ben precisi connessi alla consapevolezza del proprio ruolo – non è auspicabile “tirarsene fuori”, voglio dire che, operando per certe società – parlo di imprese di alto valore commerciale, vere e proprie multinazionali dove lo sport/spettacolo è soltanto uno dei tanti ingredienti , l’allenatore è entrato a far parte di unprogramma molto complesso dove le sue funzioni devono integrarsi con quelle di molteplici altre figure professionali anche molto diverse dalla propria. Per certi versi deve accettare l’idea che il suo ruolo si sia espanso in rapporto alle esigenze dell’organismo in cui è venuto ad integrarsi. Ma in queste circostanze andrà anche messa in conto qualche sofferenza – come sempre quando le ragioni economiche prendono il sopravvento e vengono a governare i rapporti umani.

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